Stasera ha giurato il nuovo governo italiano presieduto da Paolo Gentiloni. A prescindere da ogni altra considerazione, si evidenzia la nomina all’Istruzione della vicepresidente Pd del Senato Valeria Fedeli, una nemica dichiarata del ‘Family day’: è un atto ostile alle famiglie che renderà ancora più arduo il cammino di un governo nato male e cui auguriamo vita brevissima

La lista dei ministri è ormai nota. Al di là di ogni altra e doverosa considerazione su come è nato il nuovo esecutivo italiano, Paolo Gentiloni ha avuto l’incommensurabile sprovvedutezza o facciatosta di nominare al Ministero dell’Istruzione, della Ricerca e dell’Università (MIUR) Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato e nemica acerrima di quel vasto movimento di popolo che nel 2015 e nel 2016 ha portato in piazza centinaia di migliaia di persone contro la ‘legge sulle unioni civili’ (firmata dalla Garrula e Sciagurata Ministra, divenuta sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, un incarico tutt’altro che di secondo piano) e contro la diffusione (constatabile quotidianamente) di quella che si può ben chiamare l’ideologia del gender nelle scuole di ogni ordine e grado, attraverso i cavalli di Troia della lotta contro l’omofobia, il bullismo e per la parità di genere.

Libri, video, corsi promossi dalla nota lobby ormai dilagano in ogni parte d’Italia e saranno un fiore all’occhiello della nuova ministra, la cui concezione della democrazia lascia molto a desiderare, come emerge ad esempio dalle parole pronunciate (vedi il Fatto Quotidiano del 24 giugno 2015) dopo il Family Day di piazza San Giovanni: “Ho visto un linguaggio da prte di insegnanti, educatori e genitori che non mi aspettavo, è stata una piazza violenta quella del Family Day”.

Il succo del ‘pensiero’ di Valeria Fedeli è poi espresso incisivamente dal saluto che la stessa ha portato a un Convegno in Campidoglio il 2 ottobre 2015. Eccone ampi stralci.

Titolo:  I fraintendimenti del nulla.
Teoria gender: una distorsione propagandistica

(…) Ora che la “Buona scuola” è legge, comincia una nuova fase di applicazione e monitoraggio della riforma, ed è il caso di sottolineare quanto sia importante che anche il nostro Paese abbia finalmente una scuola che promuova, nei propri piani formativi, i princìpi di educazione alla parità di genere e dunque di prevenzione delle violenze e delle discriminazioni. Princìpi che sono entrati a far parte della riforma dando seguito a quanto previsto in materia già dalle nostre leggi, dalla nostra Costituzione e dal più avanzato diritto europeo.

Ciò che è previsto nella riforma della scuola, è bene ricordarlo, è l’attuazione dei principi di pari opportunità “promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità di genere, la prevenzione alla violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle relative tematiche”; e questo nulla ha a che vedere con la tanto citatateoria gender. ( NdR: No, ma proprio no… i libri, libretti, video, corsi lgbt sono delle  invenzioni, anzi delle allucinazioni allo stato puro di centinaia di migliaia di genitori, nel migliore dei casi sprovveduti, negli altri casi in malafede).

Trovo positivo che il Miur abbia fornito, in un’apposita circolare di quindici giorni fa, indicazioni per una corretta interpretazione di quanto previsto nella Buona Scuola per assicurare, nell’offerta formativa, l’attuazione dei principi di pari opportunità: credo sia una importante operazione di chiarezza che ancora una volta conferma motivazioni e obiettivi dell’educazione alla parità di genere, che non c’entra nulla con la teoria gender ma che è invece una concreta azione di prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni.

È il segno di una volontà di chiarezza molto importante, che può contribuire a disincentivare la disinformazione e la paura che ne consegue. La stessa circolare, avente in oggetto “Chiarimenti e riferimenti normativi a supporto dell’art. 1 comma 16 della Legge 107/2015”, parla espressamente di una forte preoccupazione, riscontrata soprattutto tra i genitori, “derivante anche dalla risonanza mediatica di informazioni non sempre corrette e obiettive”, e fa giustamente riferimento all’esigenza di dare attuazione sia ai principi di pari dignità e non discriminazione presenti nella nostra Costituzione, che al più avanzato diritto europeo e internazionale, compresa la campagna dell’Alleanza parlamentare contro l’istigazione all’odio, del Consiglio d’Europa, e così facendo ribadisce l’estraneità di ideologie di qualsivoglia natura.

È bene sottolineare che il raggiungimento della parità, il superamento delle discriminazioni sessuali, nonché delle varie forme di violenza di cui le donne e le ragazze sono vittime, sono in primo luogo da costruirsi attraverso un cambiamento culturale, per questo sono fondamentali la corretta informazione e il coinvolgimento di tutta la comunità scolastica: molto bene ha fatto, dunque, il Miur, a ribadire sia il diritto e il dovere delle famiglie di conoscere i contenuti dell’offerta formativa, che il supporto al personale scolastico, che deve essere a sua volta debitamente formato e aggiornato.

Buona parte della disinformazione diffusa è cominciata, come noto, dalle false notizie comunicate su presunti incitamenti alla masturbazione che sarebbero presenti nelle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sull’educazione sessuale nelle scuole; linee guida che di fatto si limitano a fare un importante lavoro di rilevazione su quanto accade tra ragazze e ragazzi in ambito affettivo e sessuale. (NdR: ma com’è rassicurante la nuova ministra… peccato che la realtà sia molto diversa!)

(…) In questo ambito viene spesso legato il documento dell’Oms alla cosiddetta “teoria gender”, e questa alla riforma della scuola, eppure sia quelle linee guida che questa presunta teoria non vengono mai citate nella riforma. (NdR: è forse necessario citare esplicitamente per concretizzare nella realtà?)

La scuola può essere fondamentale per superare il modello culturale maschilista, che non concepisce le donne in posizioni di pari potere, nel riconoscimento della differenza di genere, anche nella famiglia, dove si riproduce spesso una concezione dei rapporti fondata sulla gerarchia e sul possesso. E per dire basta all’educazione ai luoghi comuni, come quelli, ancora molto diffusi, secondo i quali se un ragazzo piange, oppure ama cucinare, è una “femminuccia”, e se una bambina vuole giocare a calcio, o alle costruzioni, è una “maschiaccia”.

(…) Educatori, educatrici, docenti conoscono questi temi e già li trattano senza clamore (NdR: a volte si guardano bene dal coinvolgere le famiglie).

Non è possibile, in nome della “difesa dei nostri figli” e della “famiglia naturale” o “tradizionale”, contestare il diritto di ragazze e ragazzi di crescere nella consapevolezza di sé e sentendosi accolti e riconosciuti per ciò che sono.

C’è nel cambiamento in corso la definizione di una chiara scelta politica da portare a termine per promuovere un’educazione al rispetto delle diversità, ai sentimenti, agli affetti. Se l’educazione di genere è contro qualcosa, questo qualcosa sono gli stereotipi, i pregiudizi, le discriminazioni, il bullismo omofobico, e nient’altro.

Proprio l’educazione alla parità di genere può essere uno degli strumenti più efficaci per valorizzare le differenze, e contrastare l’omologazione dilagante. E chi vede in questo l’introduzione di una diabolica teoria gender, compie un doppio grave errore di disinformazione.

In primo luogo, come detto e ripetuto da tante e tanti scienziati e intellettuali di diverse discipline e di diversi orientamenti culturali, compresi eminenti teologi, non esiste una “Teoria Gender”: esistono invece gli studi di genere, che si prefiggono di cancellare le discriminazioni riprodotte, a tutti i livelli della società, in base alle differenze (NdR: Un bell’esempio di potere manipolatorio delle parole). 

(…) In secondo luogo, chi chiama in causa la teoria gender quando si parla di educazione di genere mistifica quella che è un’azione di grande valore pedagogico, rappresentandola come il prodotto ideologico di questa o quella componente politica, speculando sulla paura del cambiamento. Alla base dell’educazione di genere, invece, vi sono obiettivi trasparenti e assolutamente condivisibili da tutti.

È oramai un sapere diffuso che il problema della violenza di genere ha una radice culturale profondissima, che viene da lontano: la politica ha il dovere di recidere queste radici. (…)

Non vedo quale altro luogo possa essere migliore della scuola per intraprendere, insieme a chi in questa comunità vive e agisce – studenti, famiglie, insegnanti – un intervento educativo in grado di restituire, alla nostra rappresentazione dei generi, la profondità e la complessità che meritano.

(…) Perché riconoscere le differenze senza lasciare che sesso, genere, orientamento sessuale, riproducano una visione totalizzante e gerarchica dell’essere umano, vuol dire riconoscere quelle potenzialità della persona e quelle legittime aspirazioni alla libertà che sono il fondamento stesso della democrazia.

Ognuno legga, valuti e risponda alla domanda: era proprio il caso di nominare Valeria Fedeli all’Istruzione? O non è una vera provocazione (consapevole o, perfino più grave, inconsapevole)? (di Giuseppe Rusconi)