Una delle motivazioni abituali dei sostenitori delle politiche gender e della legittimazione di ogni tendenza sessuale consiste nella necessità di porre fine al clima di stigmatizzazione sociale responsabile della cosiddetta “omofobia interiorizzata“. Il non riconoscimento della “normalità” omosessuale sarebbe infatti alla base del “bullismo omofobico” che porta a comportamenti ed azioni negative, come la discriminazione sul lavoro, espressioni e crimini di odio.

Tale assunto ideologico, nel 2014, aveva ricevuto una sua “consacrazione scientifica” con la pubblicazione dello studio Structural stigma and all-cause mortality in sexual minority populations, condotto da alcuni ricercatori della Columbia University, nel quale si denunciava come il pregiudizio e lo stigma sociale nei confronti delle persone omosessuali fossero causa di una significativa riduzione della loro aspettativa di vita.

Il documento, pubblicato sulla rivista Social Science & Medicine e prontamente ripreso e propagandato da tutto l’establishment mass-mediatico, aveva infatti messo in luce come le persone che vivevano in comunità caratterizzate da alti livelli di pregiudizio anti-gay avessero una speranza di vita più breve, pari a 12 anni in media, rispetto ai loro coetanei cresciuti in comunità più “aperte” e liberal.

IL PREGIUDIZIO UCCIDE

Il senso, ovvio, del messaggio è che il pregiudizio uccide e, per questo, va combattuto con ogni mezzo, primo fra tutti l’adozione di una legislazione che punisca esemplarmente il presunto reato di omofobia.

L’autore dello studio, il dottor Mark L. Hatzenbuehler, pur ammettendo che le persone che si oppongono al matrimonio omosessuale in realtà non hanno “voglia di ferire le persone“, conclude dichiarando come, nei fatti, essi con i loro pensieri finiscano col danneggiare le persone LGBT+:

“Questo può anche essere vero, ma la ricerca delle scienze sociali indica che le politiche che vietano il matrimonio tra persone dello stesso sesso, di fatto, fanno male alla gente. In una serie di studi che i miei colleghi ed io abbiamo condotto, abbiamo dimostrato che le politiche riguardo il matrimonio tra persone dello stesso sesso influenzano la salute mentale e fisica delle persone LGBT”.

La ricerca, che in questi  due anni è stata largamente presentata come un eccellente atto d’accusa nei confronti degli “omofobi”, è stata ora sconfessata da un nuovo autorevole studio, pubblicato sulla stessa rivista, ad opera di Mark Regnerus, professore presso l’Università del Texas a Austin, noto per i suoi importanti studi sulle famiglie same-sex intervistato qualche tempo fa dall’Osservatorio Gender.

Regnerus ha infatti resto noto come, malgrado i suoi ripetuti tentativi di analizzare i dati di Hatzenbuehler, in nessuno di questi egli sia riuscito a riprodurre i risultati rivendicati dall’autore nell’articolo originale.

GRAVI CARENZE METODOLOGICHE

Hatzenbuehler – precisa Regnerus – ha usato i dati raccolti tra il 1988 e il 2002 nell’ambito del General Social Survey, in cui erano presenti alcune domande sul pregiudizio gay, e il National Death Index. Tuttavia, i dati del censimento generale, alla prova dei fatti, hanno dimostrato gravi carenze metodologiche.

Le domande poste non erano infatti le stesse ogni anno, cosicché Hatzenbuehler si è ritrovato a fare delle semplici ipotesi al fine di tirare fuori dei risultati utilizzabili per la propria ricerca. Un metodo, evidentemente approssimativo e scorretto, che ha portato il professore di Austin ha dichiarare:

“Per questo, le affermazioni dello studio secondo il quale tale stigma sia la causa di una aspettativa di vita ridotta di 12 anni tra le minoranze sessuali sembra infondata”.

STESSO ECO MEDIATICO ?

Eppure, nonostante la scarsa attendibilità, i risultati dello studio di Hatzenbuehler, che imputavano allo “stigma sociale” la causa della riduzione dell’aspettativa di vita delle persone omosessuali, hanno goduto di un eco mediatico enorme, contribuendo, in tal modo, ad alimentare il mare di disinformazione globale esistente attorno al tema dell’omosessualità. Ci auguriamo ora, che le recenti opposte conclusioni scientifiche del prof. Mark Regnerus riscuotano altrettanta visibilità e popolarità chiarendo, una volta per tutte, la totale infondatezza che la disapprovazione sociale sia la fonte dei tanti problemi che affliggono le persone che rivendicando e mettono in pratica comportamenti contro la natura dell’uomo.