Il gender diktat non fa prigionieri. L’ultima vittima è il famoso rugbista Israel Folau, cresciuto nella periferia di Sidney, giocatore con la maglia numero 15 nei Wallabies, la nazionale australiana di rugby.

Si stava preparando ai mondiali in Giappone del prossimo settembre, quando gli fu notificato il licenziamento, nonostante fosse uno dei giocatori più popolari della nazionale.

Il motivo del licenziamento? Un post scritto su Instagram:

“Attenzione! Ubriaconi, omosessuali, adulteri, bugiardi, ladri, fornicatori, ladri, atei, idolatri.

L’inferno vi aspetta. Pentitevi. Solo Gesù è il Salvatore”.

Quello che ha suscitato lo sdegno è stato ovviamente l’inserimento degli omosessuali tra coloro che finiranno all’inferno.

In passato, il rugbista cristiano pentecostale e membro delle Assemblee di Dio, aveva criticato le leggi della Tasmania sui “matrimoni” omosessuali e sui certificati anagrafici no gender.

Poi quando a più riprese gli avevano consigliato di abbassare i toni, Folau aveva pubblicato sul suo account instagram il post che ha causato il licenziamento.

Ma non è finita qui: come se non bastasse, gli sponsor della nazionale australiana hanno preteso che il rugbista restituisse tutti i prodotti che aveva ricevuto, come ad esempio la Land Rover che aveva avuto come omaggio.

La federazione australiana ha dichiarato:

“Il contenuto del post di Falau è inaccettabile. Esso non rappresenta i valori dello sport ed è irrispettoso dei membri della comunità rugbistica”.

Successivamente Folau, dimostrando grande coerenza, in una recente intervista a Sydney Morning Herald, ha dichiarato di non essersi pentito per le sue azioni.

E’ ormai evidente come l’ideologia LGBT non ammetta che qualcuno possa esprimere un’opinione diversa dal diktat imperante, specialmente se si tratta di qualcosa che si trova scritta nella Bibbia e se a parlare chiaro è un cristiano che non relativizza i valori.