Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, prende posizione in maniera molto netta sul tema della castità, dell’omosessualità e della fede. Lo fa con un articolo di opinione scritto per il Wall Street Journal; e si riferisce in particolare al libro del gesuita James Martin, strenuo propagandista dei “diritti” delle persone omosessuali all’interno della Chiesa. Martin, che è anche direttore della rivista progressista dei gesuiti “America” è stato nominato nell’aprile scorso consulente del Segretariato Vaticano per le Comunicazioni, di cui è a capo mons. Dario Viganò, che evidentemente condivide la sensibilità  di Martin a queste problematiche.

Il titolo dell’editoriale del card. Sarah è indicativo: “Come i cattolici possono dare il benvenuto ai credenti LGBT”.  E la risposta è che l’accoglienza è possibile sono alla luce dell’insegnamento morale della Chiesa. “Come una madre, la Chiesa cerca di proteggere i suoi figli dal danno del peccato, come espressione della sua carità pastorale”, ricorda il porporato. L’attrazione verso persone dello stesso sesso non è necessariamente peccaminosa, scrive Sarah, anche se “è in disaccordo con la natura umana”; ma le relazioni omosessuali invece “sono gravemente peccaminose e danneggiano il benessere di quanti vi prendono parte”.

Il cardinale Sarah ricorda che la Chiesa ha il dovere della sincerità: “Le persone che si identificano come membri della comunità LGBT hanno diritto a questa verità nella carità, in particolare da parte dei sacerdoti che parlano a nome della Chiesa su questo tema difficile e complesso”.

La responsabilità da parte dei sacerdoti in questo campo è grande. “Quelli che parlano a nome della Chiesa devono essere fedeli all’insegnamento immutabile di Cristo, perché è solo vivendo in armonia con il disegno creativo di Dio le persone veramente trovano un profondo e duraturo compimento”.  Uno dei problemi che si presentano in questo campo è quello delle relazioni sessuali. Il cardinale Sarah sottolinea l’esperienza di uomini e donne che provano attrazione verso persone dello stesso sesso ma evitano di avere rapporti, in obbedienza al Vangelo. Esistono associazioni di omosessuali cristiani che si impegnano su questo cammino certamente non facile; ci viene in mente, per esempio, Courage. Il porporato ricorda un libro uscito di recente in inglese, di Daniel Mattson: “Why I don’t call myself gay: how I reclaimed my sexual reality and found peace” (Perché non mi chamo gay: come ho redento la mia realtà sessuale e ho trovato la pace).

Scrive Sarah: “Questi uomini e donne testimoniano il potere della grazia, la nobiltà e la perseveranza del cuore umano, e la verità dell’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità”. Continua: “Il loro esempio merita rispetto e attenzione, perché hanno molto da insegnare  a tutti noi su come migliorare l’accoglienza e accompagnare i nostri fratelli e sorelle in un’autentica carità pastorale”.

Il libro di James Martin, che si intitola “Building a bridge. How the Catholic Church and the LGBT community can enter into a relationship of respect, compassion and sensitivity” (Costruire un ponte. Come la Chiesa cattolica e la comunità LGBT possono entrare in una relazione di rispetto, compassione e sensibilità) è citato dal cardinale in termini critici: “Egli ripete la critica comune secondo cui il cattolicesimo è stato duramente critico dell’omosessualità, trascurando l’importanza dell’inegrità sessuale fra i suoi seguaci”. È d’accordo con Martin che non ci deve essere un doppio standard, per etero e omo: “Per chi non è sposato – indipendentemente dalle sue attrazioni – la castità fedele impone di astenersi dal sesso”. “Può sembrare un obiettivo alto, specialmente oggi. Ma sarebbe contrario alla saggezza e alla bontà di Cristo chiedere qualche cosa che non si può raggiungere”.

Martin ha reagito dicendo che il suo libro “non è di teologia morale, né è un libro sulla morale sessuale delle persone LGBT. È un invito al dialogo e alla preghiera”. (Marco Tosatti)