E’ quasi Natale, è tempo di regali, e anche quest’anno ha preso il via la campagna No Gender December volta a diffondere il messaggio politically correct di fare regali ai propri bambini al di là dei pregiudizi e degli stereotipi di genere. L’indicazione è indirizzata a 360° a tutta la filiera, produttori, venditori ed acquirenti ma, in particolare, è diretta ai negozi che farebbero bene a rimuovere dalle loro vetrine e scaffali le rigorose e obsolete divisioni di genere nel proporre i propri prodotti, optando per una esposizione “neutra” che non divida i giochi dei maschi da quelli delle femmine, lasciando a quest’ultimi la scelta.

De-genderizzare il Natale

In Australia, Chris Lester, il CEO di un’organizzazione denominata Good Education Group, ha esortato i genitori a de-genderizzare i loro regali di Natale e a pensare fuori dagli schemi forzati, imposti dalla società:

“Il miglior regalo per tua figlia questo Natale potrebbe non essere necessariamente una pistola Nerf, ma piuttosto che una Jewelbot (n.d.r. braccialetto), Roominate set (n.d.r. casa da costruire) o una Goldieblox (n.d.r. giocattolo per bambine più  moderno creativo)”

Lester ha spiegato quindi come la campagna No Gender December miri a eliminare l’errata e radicata percezione che solo gli uomini possano lavorare nei settori scientifici come scienza, tecnologia, ingegneria e matematica.

“C’è una nuovo eccitante ondata di giocattoli di genere neutro destinati ad incoraggiare sempre più ragazze a sviluppare le proprie competenze fondamentali in matematica e scienze oltre gli stereotipi”

Inculcare nei ragazzi fin dall’adolescenza il rigido binarismo maschile/femminile contribuirebbe – secondo Lester – a favorire diseguaglianze di genere nel mondo dell’occupazione:

“Proprio come i negozi di giocattoli in genere separano i giocattoli delle ragazze da quelle dei ragazzi, così i posti di lavoro nel mondo occidentale sono nettamente divisi in posti rosa e posti blu”.

Una diseguaglianza, continua Lester, nettamente riscontrabile nell’attuale realtà lavorativa:

“le donne costituiscono oltre il 70 per cento del settore dell’istruzione e della formazione, e quasi l’80 per cento di tutti gli operatori sanitari e sociali. Tuttavia, essi rappresentano meno del 12 per cento dei ruoli all’interno delle industrie minerarie e delle costruzioni e meno di un quarto dei settori manifatturiero e dei trasporti”.

Movimento internazionale

La campagna No Gender December, inaugurata la prima volta nel 2014 dall’organizzazione Play Unlimited, fa parte, in realtà, di un più ampio movimento internazionale finalizzato a promuovere i dettami dell’agenda gender fin dall’adolescenza. 

In tale ambito, la più importante e nota iniziativa è rappresentata dalla campagna lanciata nel dicembre 2012 nel Regno Unito, denominata Let Toys Be Toys (Lasciate i giocattoli essere giocattoli).

Una visione chiaramente illustrata sul sito web dell’associazione:

«i giocattoli sono per divertimento, per imparare, per stimolare l’immaginazione e incoraggiare la creatività. I bambini devono sentirsi liberi di giocare con i giocattoli che stimolano di più il loro interesse. (…) Non è tempo che i negozi si fermino nel limitare la fantasia dei nostri bambini dicendo loro quello con cui dovrebbero giocare?».

La campagna, rivolta nei confronti sia dei rivenditori che dei produttori di giocattoli, si pone l’obiettivo di abolire la suddivisione dei giochi per genere ed introdurre una neutrale distinzione per tema, età o attività, lasciando che siano i bambini stessi a decidere, senza forzate imposizioni esterne e secondo le loro naturali inclinazioni, il gioco che fa per loro.

In tale prospettiva, “Let Toys Be Toys” esorta i venditori di giocattoli a cambiare la “segnaletica” tradizionale all’interno dei propri negozi andando a rimuovere le «etichette di genere», per venire incontro come si legge, sempre sul loro sito web, a tutte quelle “persone si sentono a disagio nell’acquistare un giocattolo rosa per un ragazzo o un giocattolo etichettato come “per i ragazzi” ad una femmina“.

Cosa dicono gli studi seri ?

Eppure, al di là dell’ideologia, esistono numerosi studi scientifici che smentiscono categoricamente le fantasie del “gender”, confermando quanto la ragione e l’esperienza quotidiana mostrano chiaramente ad ogni persona dotata di un briciolo di buon senso.

La psicologa Alice Eagly, ad esempio, una delle più autorevoli studiose americane dei processi di differenziazione sessuale, spiega come le teorie sull’indeterminatezza e irrilevanza delle differenze sessuali siano oramai oggi ampiamente superate, legate al particolare periodo storico femminista degli anni ’70, nel quale vi era un preciso interesse ideologico ad abbattere ogni sorta di cosiddetto stereotipo culturale.

In realtà, afferma la Eagly, gli stereotipi sessuali della gente comune risultano nei fatti “abbastanza precisi”. Gli scienziati, attualmente impegnati a studiare le differenze tra uomini e donne, «hanno iniziato a rendersi conto di aver infranto non gli stereotipi culturali ma l’opinione scientifica generale forgiata nel movimento femminista degli anni ’70».

Attorno alla ricerca scientifica sui processi di differenziazione sessuale è stato però calato un velo di silenzio ideologico, un muro di omertà volto a boicottare qualsiasi tipo di studio o ricerca che abbia l’ardire di mettere in discussione le consolidate tesi femministe.

J. Richard Udry, professore di sociologia all’Università della North Carolina, nel suo interessante e documentato saggio Uguali mai (Lindau 2006) ha ammesso di essere rimasto colpito e profondamente scoraggiato dalle estenuanti difficoltà sorte attorno alle pubblicazione dei propri risultati scientifici riguardanti l’importanza dell’ambiente ormonale nel ventre materno nel processo di differenziazione sessuale. Difficoltà che lo studioso non aveva mai riscontrato precedentemente nella sua lunga e autorevole carriera. 

Nel corso degli anni, all’interno del settore di studio sulle differenze di sesso, si è venuta a costituire quella che lo studioso inglese Robert Pool ha definito una vera e propria “sorellanza. Secondo Pool, che si è ampiamente documentato sulla materia, confrontandosi con numerosi ricercatori attivi in questo campo, «gli scienziati che si occupano di ricerche provocatorie e innovative sulle preferenze dei due sessi sono in maggioranza donne». Oltretutto, continua lo studios inglese, tali studi sono tutto fuorché imparziali dal momento che la maggior parte di queste ricercatrici «si definiscono femministe o almeno simpatizzano con gli obiettivi femministi».

Altre studiose, come Virginia Valian, si sono dedicate a studiare i comportamenti dei bambini, fin da piccolissimi, e ne hanno tratto conclusioni inequivocabili:

«i maschietti corrono di più in giro, e quando guardano illustrazioni con passeggeri a bordo di veicoli, la loro attenzione si concentra sul veicolo, mentre le bambine guardano le persone che ci sono dentro». Differenze comportamentali riscontrate anche all’asilo dove, «quando arrivano dei nuovi giocattoli, i maschi mollano quello che stanno facendo e vanno a vedere. Quando arrivano dei bambini nuovi, sono le femmine a mostrare più curiosità».

Tali differenze si manifestano già dai primissimi anni di età, «non appena inizia una qualche forma di comportamento autonomo», troppo presto perché si possa parlare di un’influenza scaturita da una socializzazione:

«I bambini si interessano a macchine, armi e fatti; piace loro rincorrersi, arrampicarsi, fare la lotta, giocare ai cowboy, e saltare. Se si dà loro una bambola, a volte la mettono a bordo di veicoli e la portano via dalla casa delle bambole oppure le sbattono la testa contro un mobile. Le bambine hanno interesse per persone, vestiti e parole; a loro piace giocare con le bambole, sussurrarsi all’orecchio, disegnare e farsi belle».

Il paradosso nordico

La menzogna della malleabilità del gender è stata, inoltre, recentemente messa a nudo dal cosiddetto paradosso nordico che ha sorprendentemente rivelato come i 4 Paesi al mondo del Nord Europa che più di tutti rispettano l’uguaglianza fra i sessi e i diritti delle donne siano in realtà siano anche quelli dove le donne sono più maltrattate, offese e perfino uccise dai loro stessi partner.

Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia che secondo il World Economic Forum, l’Unesco e l’Ocse, sono le 4 «best countries for women», hanno infatti allo stesso tempo il paradossale e raggelante primato di essere le 4 nazioni con il maggior numero di violenze e maltrattamenti nei confronti delle donne.

La politica del “genere”, là dove applicata, sembra non portare i frutti sperati.  Una verità svelata nitidamente già tempo fa dal noto documentario “The Gender Equality Paradox” del regista Harald Eia trasmesso nel 2010 dalla principale emittente televisiva norvegese NRK1 che, dopo aver dato vita ad un acceso dibattito, ha portato il governo ad abolire del tutto le sovvenzioni riservate alle associazioni impegnate nelle politiche di “genere” (nel 2012 erano stati stanziati ben 7,5 milioni di euro).

Negazione della legge naturale

In questa prospettiva, campagne come “No Gender December”, presentate come lodevoli e apprezzabili iniziative in favore della parità di genere, fanno parte in realtà di un più ampio e radicale piano strategico fondato sulla negazione dell’esistenza di una immutabile e indelebile natura umana impressa in ognuno di noi dal momento del nostro concepimento.