Che la televisione sia fonte di continue assurdità è cosa riscontrata già da tempo, ma ancor più assurdi sono solitamente i “malati di serie tv”, per la maggior parte provenienti dall’America, patria indiscussa di serie televisive sconce ed amorali.

Proprio negli USA è infatti da poco scoppiata un’enorme polemica verso i produttori di serie tv “serial”, alimentata da alcune comunità LGBT e alcuni fans affezionati a personaggi gay o lesbiche che spesso appaiono in queste saghe.

Il motivo? I personaggi LGBT sarebbero troppo discriminati, non dando loro uno spazio eguale a quello concesso a personaggi eterosessuali; come se non bastasse, l’assurdità viene accentuata riportando i numeri, per evidenziare la disparità:18.000 sarebbero infatti gli etero che compaiono, contro gli appena 383 appartenenti alla comunità LGBT, e di questi ultimi ne sarebbero già stati uccisi 156.

E non finisce qui, ci sarebbero altre percentuali ad incalzare il mito discriminatorio dei telefilm: l’89% delle serie tv non coinvolge personaggi omo o bisessuali, e in quello scarso 11% rimanente le storie personali non finirebbero mai con un lieto fine. Ora però alcuni fans, aiutati da produttori e autori, si sono mobilitati per mettere in piedi una raccolta firme formando il gruppo “LGBT Fans Deserve Better” ( quelli che meriterebbero il meglio ), persone stanche di vedersi ammazzati tutti i loro amati personaggi televisivi omosessuali, e che chiedono un trattamento migliore e non discriminatorio nei confronti degli appartenenti alle comunità LGBT.

La rivolta è stata mossa anche attraverso un video volto a ricostruire i precisi numeri della “discriminazione”, ed anche tramite impegno redatto attraverso 7 punti scritti in cui lo scopo è quello di permettere che “la comunità queer sia egualmente rappresentata in tv”.

A scatenare definitamente il putiferio ci sarebbe stata l’ennesima morte di una personaggia lesbica della serie “The 100“, in onda anche in Italia su Premium Action, che si andrebbe a riunire a tutti gli altri paladini “rainbow” quali Marissa nella famosa serie “The O.C.”, Tara in “Buffy – l’ammazzavampiri”, Tricia in “Orange Is the New Black” e Denise in “The Walking Dead“, tutte para-protagoniste ovviamente lesbiche.

In America la questione ha già assunto toni forti, tanto che l’ideatore di “The 100” Jason Rothenberg si è dovuto piegare ancor più ( visto che già lo faceva promuovendo l’omosessualità tramite la sua serie televisiva ) al gender diktat, cercando di scusare le sue scelte, ed esternando un rammaricato e pubblico mea culpa:

«Non c’è mai un’unanimità nelle scelte degli sceneggiatori di una serie. Ognuno sottopone la propria, ma poi tocca a me scegliere. Nel mondo del nostro telefilm nessuno è al sicuro e ogni personaggio, anche se apprezzato, può morire, in qualsiasi momento. Ci sono diverse ragioni per cui questa puntata è stata pensata in questo modo: pratiche (un’attrice lasciava lo show perché impegnata anche in Fear the Walking Dead), creative (è una storia sulla reincarnazione) e tematiche (è uno show sulla sopravvivenza). Nonostante le mie ragioni, scrivo e produco televisione per il mondo reale, dove esistono luoghi comuni negativi. E mi dispiace molto per non essermene pienamente reso conto. Sapendo ciò che so ora, la morte di Lexa sarebbe stata messa in scena diversamente»

Anche Leo Damerini, autore del Dizionario dei Telefilm dà una visione piuttosto contorta e al limite dello psicanalitico su queste scelte:

«In generale i personaggi LGBT devono lottare due volte: per il loro amore personale e contro i pregiudizi sociali. Hanno relazioni più tormentate, e spesso soccombono. C’è una visone sadica e molto pratica in questo da parte degli sceneggiatori americani: i loro tormenti appassionano il doppio, portano i telespettatori ad affezionarsi più rapidamente, sull’onda dei recenti movimenti che inneggiano alla parità, per poi celebrare funerali che diventano eventi epocali, perdite che colpiscono nel profondo. Perché non si perdono solo personaggi, ma più spesso bandiere e simboli».

Alla luce di tutte queste assurdità ci chiediamo come reagiranno gli LGBT Fan Club quando scopriranno che la storica dottoressa lesbica di “Grey’s Anatomy” quasi sicuramente lascerà la serie dopo dodici stagioni. Scusate lo spoiler!

Verrebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Pensando che dietro a tutte queste apparenti sciocchezze si muove qualcosa di molto più grosso, un Leviatano che viene nutrito dai sovversivi gusti che il mondo dello spettacolo è riuscito ad inculcare a un numero di generazioni ormai inesauribile, e che non conosce differenze di età.

La normalizzazione dell’omosessualità passa proprio attraverso questo tipo di proteste ridicole, sostenute però da una dittatura ideologica che ha ora più che mai il potere di imporsi in qualsiasi ambito, pena l’emarginazione o l’etichetta da discriminatore. E così, i pavidi si sottomettono, annicchiano, si muovono per fare qualcosa di più, persino quando è una schizofrenia paranoico collettiva a muovere critiche verso dei telefilm che sarebbero discriminanti solo perché fanno morire la persona omosessuale ( come se gli etero nelle serie televisive non morissero mai ).

Davanti a questo panorama desolante c’è solo da sperare che la gente impari a spegnere un po’ la televisione, magari accendendo di conseguenza il cervello.

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