Prendete un puzzle, anche di 5.000 pezzi a cui manca un solo tassello per essere completo. Tutti coloro che guarderanno quel puzzle noteranno quella mancanza. Anzi quel tassello mancante sarà la parte del puzzle che più attirerà l’attenzione e che più rimarrà impresso nella memoria, ben più che gli altri 4.999.

Prendete ora il cosiddetto “matrimonio” omosessuale licenziato sotto falso nome come Unione civile dalla legge 76/2016. Anche a lui manca un solo tassello per essere completo, cioè per essere matrimonio civile a tutti gli effetti, anzi due: il dovere di fedeltà e la possibilità di adottare qualsiasi minore. L’attenzione di molti ora è centrata non tanto sulle Unioni civili, che ormai sono finite in saccoccia, bensì a ciò che manca perché anche in Italia si possa parlare di vero e proprio “matrimonio omosessuale”. Ma c’è chi sta provvedendo per via traverse a colmare questa lacuna. Tra questi soggetti troviamo anche il Consiglio di Stato.

Un paio di anni fa, prima dell’approvazione della Cirinnà, molti comuni avevano iniziato a trascrivere nei propri registri i “matrimoni” civili tra persone omosessuali contratti all’estero. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano allora emanò una circolare in cui invitava i prefetti a «rivolgere ai sindaci formale invito al ritiro di tali disposizioni ed alla cancellazione delle conseguenti trascrizioni» procedendo «all’annullamento d’ufficio degli atti illegittimamente adottati».

Alcuni sindaci e coppie gay si rivolsero ad esempio ai tribunali amministrativi, come accadde a Roma nel 2015, altri invece – vedasi i 13 “matrimoni” trascritti nei comuni di Milano e Udine –  fecero ricorso presso il Consiglio di Stato.

Quest’ultimo due giorni fa ha ritenuto «illegittimi, per incompetenza, i decreti dei prefetti che nel 2014 hanno annullato gli atti con cui i sindaci di Milano e di Udine avevano trascritto nei registri dello stato civile tredici matrimoni contratti all’estero da persone dello stesso sesso». Di conseguenza ha annullato i decreti dei prefetti e pure la circolare del Ministro. Inoltre ha specificato che la decisione sulla legittimità o meno delle suddette trascrizioni è di competenza dei giudici civili oppure del Consiglio dei Ministri, ma solo nel caso in cui ci va di mezzo l’unità nazionale.

Il Consiglio di Stato non è entrato nel merito della faccenda, cioè se le suddette trascrizioni siano legittime o meno, anche perché non è di sua competenza. Invece si è espresso su uno snodo di carattere formale-procedurale attinente la competenza dei prefetti e del Ministro dell’Interno di annullare le trascrizioni dei “matrimoni” gay contratti all’estero, dichiarando entrambi i soggetti incompetenti. Tale decisione non è condivisibile.

Infatti, come ci domandavamo circa un anno e mezzo fa da queste stesse colonne, “prefetto e ministero dell’Interno sono incompetenti nel predisporre l’annullamento di simili trascrizioni? No. L’ordine pubblico – inteso come l’insieme di principi ordinamentali su cui si fonda la nostra convivenza civile – è un limite alla ricezione nel nostro Paese di norme e sentenze straniere che contrastano con i principi fondamentali dello Stato, in primis con quelli della Costituzione. Tradotto, significa che trascrivere un ‘matrimonio’ omosessuale confligge con l’art. 29 della Costituzione, il quale dichiara che esiste un solo matrimonio: quello tra un uomo e una donna. Ciò mina l’ordine pubblico del nostro paese che è fondato sulla famiglia” . Infatti aggiungevamo che “l’ordine di una società è fondata su valori comuni cristallizzati dalla nostra Costituzione. […] Dunque acconsentire alle ‘nozze’ arcobaleno è una faccenda che riguarda l’ordine pubblico e questo è di competenza a livello locale del prefetto e a livello nazionale del ministero Interno. La questione dei “matrimoni” gay non si può liquidare come un fatterello di diritto privato da demandare ad un qualsiasi tribunale civile, come se fosse una bega di condominio”. (di Tommaso Scandroglio)