A livello italiano, il documento più importante in materia di diritti LGBTQ e promozione dell’ideologia gender è stato adottato il 30 aprile 2013 dall’”Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni” (UNAR), istituito all’interno del “Dipartimento per le Pari Opportunità”, attraverso l’elaborazione di una Strategia Nazionale per la prevenzione ed il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere da promuovere in collaborazione con le diverse realtà istituzionali, le associazioni LGBT e le parti sociali.

Tale documento strategico, voluto dall’allora ministro del Lavoro (con deleghe per le Pari opportunità) Elsa Fornero, è articolato su quattro assi d’intervento differenti e recepisce le linee guida del programma promosso dal “Consiglio d’Europa”, Combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, per l’attuazione e l’implementazione della Raccomandazione del Comitato dei Ministri CM/REC (2010)5 mettendo in campo un «piano triennale di azioni pilota (2013-2015), integrate e multidisciplinari, volte alla prevenzione e al contrasto delle discriminazioni in tale ambito». Per la sua attuazione è stato istituito, senza squilli di fanfara, in data 20 novembre 2012, un apposito “Gruppo Nazionale di Lavoro LGBT” composto da 29 associazioni rigorosamente attive nel campo del riconoscimento dei diritti omosessuali.

Il testo programmatico del progetto UNAR si apre con un breve rassegna di quelle che sono le misure già adottate nella nostra legislazione e dagli organismi internazionali per la protezione dei diritti umani a favore delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sottolineando, a tale proposito, l’importanza della parole pronunciate a New York l’11 dicembre 2012 dal Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon: «Lasciate che lo dica chiaro e forte: le perone lesbiche, gay, bisessuali e transgender hanno gli stessi diritti umani di qualunque altra persona. Anche esse sono nate libere e eguali». Nel contesto internazionale, a conferma del ruolo decisivo svolto dagli organismi ONU per la promozione della ideologia gender, il piano d’azione strategico mette in evidenza  la portata storica della “risoluzione 17/19” adottata il 17 giugno 2011 dalla “Commissione dei Diritti Umani” dell’ONU, delegata all’attuazione della “Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici negli Stati firmatari”, che  condanna la violazione dei diritti umani delle persone LGBT. Viene, quindi, posta l’attenzione sul ruolo fondamentale, in difesa dei diritti omosessuali, svolto dalle istituzioni europee attraverso il “Consiglio d’Europa” (COE) e i suoi organismi, nonché la” Corte Europea dei Diritti Umani” (CEDU), la cui giurisprudenza «è stata in grado di determinare o influenzare nei 47 Stati membri del COE il cambiamento di numerosi legislazioni discriminatorie nei confronti delle persone LGBT». In ambito sovranazionale, sono, inoltre, ricordate le indicazioni dell’”Unione europea”, che nel 2000, a Nizza, ha adottato la, già menzionata, Carta dei Diritti Fondamentali dei cittadini dell’Unione europea, e che esercita il proprio potere a favore delle persone LGBT attraverso interventi di natura legislativa realizzati mediante regolamenti o direttive recepite all’interno dei singoli Stati. Per ultimo, il documento sottolinea l’importanza delle risoluzioni del “Parlamento europeo” che «richiedono agli Stati membri il rispetto dei diritti e della dignità delle persone LGBT e la parificazione di diritti in materia familiare e di accesso al matrimonio». Delineato il quadro internazionale, il testo passa in rapida rassegna quelle che sono le più significative “conquiste legislative” nel panorama italiano ricordando come primo atto l’introduzione della legge n. 164 del 1982 che «consente la rettificazione di sesso alle persone transessuali». Dopo aver menzionato alcune disposizioni a protezione dell’orientamento sessuale viene sottolineata la mancanza nell’ordinamento italiano di una legge che punisca i reati di omofobia e transfobia, auspicando, inoltre, l’adozione di misure legislative per il riconoscimento del matrimonio tra coppie dello stesso sesso. In tale prospettiva, il quadro nazionale è giudicato insufficiente e lacunoso, mentre viene, messo in luce il ruolo positivo ed innovativo svolto a livello locale da alcune regioni, in particolare Toscana, Liguria, Puglia, Emilia Romagna, Marche, Piemonte e Umbria, che «si sono recentemente avviate lungo un percorso di consapevolezza degli obblighi derivanti dal diritto sovranazionale, che impongono un riconoscimento e una tutela per le condizioni personali – come l’omo/bisessualita – considerate a rischio di discriminazione, approvando una serie di normative regionali». 


La strategia nazionale si propone di agire su quattro distinti assi di intervento: “Educazione e istruzione”, “Lavoro”, “Sicurezza e carceri” e “Comunicazione e media”.

Educazione e istruzione

Il primo fondamentale e determinante asse di intervento dedicato all’ “educazione e istruzione” individua nella scuola il luogo principale di formazione di una nuova cultura che favorisca il «processo di accettazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere» denunciando la marginalità attuale delle tematiche LGBTQI all’interno delle aule scolastiche e la scarsa preparazione degli insegnati ed educatori in materia. In questa prospettiva vengono ricordate le recenti iniziative promosse in tale direzione attraverso “Protocolli di intesa” tra il Ministro per le pari opportunità e il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca (MIUR) come la” Settimana contro la violenza”, che dal 2009 si svolge «presso le scuole di ogni ordine e grado nel mese di ottobre di ogni anno» e che dal gennaio 2013 include nelle sue iniziative di sensibilizzazione e formazione «le diverse forme di discriminazione, tra cui l’orientamento sessuale e l’identità di genere, con particolare riguardo ai fenomeni di bullismo anche a sfondo omofobico e transfobico». Oltre a ciò, viene segnalata, da un lato, l’iniziativa del “MIUR”, che il 10 maggio 2012, in occasione della “Giornata internazionale contro l’omofobia”, ha emanato «una specifica circolare rivolta a tutti gli istituti scolastici, con la quale si ricorda il ruolo della scuola nella costruzione di una comunità inclusiva che riconosce le differenze e il ruolo di contrasto di ogni forma di discriminazione, compresa l’omofobia», dall’altro, viene affermata l’importanza di progettare percorsi di educazione, con l’ambiguo termine dell’affettività, a cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia. Al fine di «ampliare le conoscenze e le competenze di tutti gli attori della comunità scolastica sulle tematiche LGBT e di prevenire e contrastare il fenomeno dell’intolleranza e della violenza legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere» la strategia si propone, dunque, di mettere in atto percorsi di formazione mirati, volti a istruire, o meglio indottrinare, il personale docente su tali tematiche LGBT.

Come enti di formazione, la strategia caldeggia l’accreditamento delle stesse associazioni LGBT e raccomanda l’aggiornamento del materiale formativo con la predisposizione di bibliografie apposite. La scuola deve, quindi, adeguarsi all’evoluzione della famiglia moderna favorendo la comprensione delle nuove realtà familiari e contribuendo al superamento del «pregiudizio legato all’orientamento affettivo dei genitori per evitare discriminazioni nei confronti dei figli di genitori omosessuali». Infine, a riprova delle ricadute dirette e concrete di tale ideologia viene raccomandata la predisposizione di una modulistica scolastica amministrativa e didattica aggiornata secondo tali indicazioni e che tenga, dunque, conto, in un’ottica inclusiva, delle nuove forme di famiglia costituite anche da genitori omosessuali.

Lavoro

Il secondo asse riguarda il lavoro e nel quadro di riferimento introduttivo viene evidenziato come la vigente  normativa antidiscriminatoria (decreto legislativo n. 216 del 2003, recante “Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro”)  in ambito lavorativo non preveda alcuna norma a tutela delle discriminazioni per l’identità di genere. Tale paragrafo sottolinea, dunque, la «discriminazione che deriva dal mancato riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto o del matrimonio tra persone dello stesso sesso in Italia, che può produrre disparita “automatiche” di trattamento anche nell’ambito lavorativo». Tra gli obiettivi individuati per prevenire e contrastare le discriminazioni nel mondo del lavoro basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere viene raccomandata, quindi, un’incisiva azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema dell’inclusione socio-lavorativa delle persone LGBT e l’adozione di politiche gay friendly e di diversity management che diano sostegno e visibilità alla persone LGBT all’interno delle strutture aziendali. In particolare tra le misure di diversity management viene proposta «l’estensione di benefit specifici per le persone LGBT, anche in relazione alle famiglie omogenitoriali […]; certificazione volontarie delle aziende gay friendly per la responsabilizzazione sociale (riconoscimento/premi per imprese dichiaratamente impegnate nell’antidiscriminazione)» e viene suggerita, inoltre, l’istituzione del cosiddetto Equality Index, il primo indice italiano volto a misurare l’uguaglianza e l’inclusione delle persone LGBT nelle imprese operanti in Italia.

Sicurezza e carceri

Il terzo asse, dedicato a “Sicurezza e carceri”, lamenta la mancanza nel nostro ordinamento di una legge contro l’omofobia e la transfobia auspicando «l’introduzione del reato specifico di crimine d’odio (estensione della c.d. legge Mancino) motivato da orientamento sessuale o identità di genere». In tale prospettiva si raccomanda la «realizzazione di campagne nazionali di informazione e sensibilizzazione sui temi della violenza omofobica e transfobica» e viene proposto di inserire i concetti di “crimini d’odio” e “discorsi d’odio”, relativi all’orientamento sessuale e all’identità di genere, nei documenti programmatici e nei bandi relativi alla sicurezza a tutti i livelli. Viene, inoltre, denunciata la situazione di difficoltà ed emarginazione per gay, lesbiche, transessuali e transgender all’interno delle carceri italiane e, a tal fine, assieme alle altre misure viene individuato l’obbiettivo di «diffondere la cultura del rispetto dei diritti umani e della non discriminazione nell’ambiente penitenziario, mediante specifici interventi di informazione, sensibilizzazione e formazione nelle carceri rivolti al personale dell’amministrazione penitenziaria ai vari livelli, al fine di combattere le discriminazioni interne alle carceri e la ulteriore marginalizzazione».

Comunicazione e media

L’ultimo asse relativo a “Comunicazione e media”, dopo aver ricordato, ancora una volta, il vuoto legislativo nell’ordinamento italiano riguardo i reati di omofobia e transfobia, focalizza l’attenzione sul concetto di “discorso dell’odio” attraverso i mezzi di comunicazione e, in tal senso, viene evidenziato come la Carta dei Doveri del Giornalista impone al giornalista «il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discriminare mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche». In tale ottica, viene proposta la realizzazione, con particolare riguardo alla categoria transessuali/transgender, «di percorsi formativi nelle scuole di giornalismo in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana», nonché la «promozione di un premio giornalistico in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, per i migliori articoli sulle tematiche LGBT». Viene riconosciuto, altresì, il contributo positivo in termini di sensibilizzazione e promozione delle tematiche LGBT apportato dal mondo televisivo e, in particolare, dalle fiction; in tale prospettiva, il piano strategico ribadisce l’impegno alla «produzione e rappresentazione delle tematiche LGBT nel sistema televisivo, cinematografico e teatrale, anche mediante il coinvolgimento di testimonial, al fine di raggiungere un pubblico eterogeneo per fasce di età, aree territoriali e grado di istruzione».

(Fonte: Gender Diktat, origini e conseguenze di una ideologia totalitaria)

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