Bisogna essere grati a studiosi seri ed onesti come Mark Regnerus che da anni afferma e difende le proprie “scomode” verità scientifiche in materia di “famiglie” omosessuali, sottoponendosi alle continue calunnie e ai violenti attacchi delle potentissime lobby LBGT, piuttosto che piegarsi all’ideologico e falso “gender diktat” globale.

Uno degli aspetti cruciali e più dibattuti dell’attuale processo di penetrazione dell’ideologia gender e di normalizzazione dell’omosessualità all’interno della nostra società è rappresentato dalle ancora poco chiare e contrastanti conseguenze alle quali vanno forzatamente incontro i bambini costretti a crescere all’interno delle cosiddette “famiglie” omogenitoriali, composte da due mamme o due papà.

Non stupisce dunque che tutti i principali media, ben allineati al “gender diktat” dominante, abbiano accolto con grande entusiasmo e dato grande risalto in questi i giorni ai risultati di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del William Institute presso la University of California Los Angeles School of Law, del Dipartimento di Epidemiologia della Columbia University e del Research Institute of Child Development and Education dell’Università di Amsterdam.

All’interno della ricerca, apparsa sul numero di Aprile del “Journal of Developmental & Behavioral Pediatrics” (Volume 37 – Issue 3 – p 179–187), intitolata Same-Sex and Different-Sex Parent Households and Child Health Outcomes: Findings from the National Survey of Children’s Health, gli studiosi affermano che non sussiste alcuna differenza tra i bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso e coloro che sono vissuti in famiglie naturali composte da una mamma ed un papà.

L’unica differenza circa il benessere psicofisico dei figli dipenderebbe, secondo gli autori di tale studio, dalla minore o maggiore stabilità delle relazioni familiari, siano esse all’interno di una coppia omosessuale o eterosessuale.

La ricerca, che ha preso in esame bambini di età compresa tra i 6 e i 17 anni cresciuti in “famiglie” composte da due donne dello stesso sesso, si è basata sui dati del National Survey of Children’s Health, (Censimento della salute dei bambini) condotto dal Centers for Disease Control and Prevention (CDC), che ha visto, nel biennio 2011/2012, genitori di “famiglie” same-sex compilare circa 96.000 questionari riguardanti la salute e le difficoltà comportamentali, emotive e di apprendimento dei propri figli. Oltre a ciò, i ricercatori hanno analizzato e valutato anche i livelli di stress degli stessi genitori, il rapporto tra i partner e la qualità delle relazioni con il figlio.

La frettolosa conclusione alla quale arrivano i paladini della propaganda LGBT , impegnati a diffondere la loro visione ideologica della realtà, è semplice e scontata:

«i figli di due donne e quelli di una coppia eterosessuale non hanno mostrato alcuna differenza, nonostante le coppie composte da due madri abbiano mostrato maggiore stress nei genitori che potrà essere approfondito in futuri studi. Il motivo di questo maggiore stress, che non influisce comunque sullo sviluppo dei bambini, sarebbe da ricercare nel fatto che le mamme lesbiche, come confermato da altri studi, hanno delle preoccupazioni aggiuntive dal momento che i loro figli devono crescere in una società omofoba e per questo sentono una maggiore pressione nel giustificare la qualità del loro operatore genitoriale rispetto a una madre eterosessuale».

Mark RegnerusUn’illazione evidentemente affrettata ed ideologica che Mark Regnerus, professore associato di sociologia all’Università del Texas, ad Austin, ricercatore associato al Population Research Center, e decano all’Austin Institute for the Study of Family and Culture, ha prontamente demolito punto per punto, pubblicando un interessante e rigoroso articolo su “The Public Discourse” in cui ha lucidamente messo in luce i pochi aspetti positivi e i molti nodi negativi di tale studio.

Come primo punto positivo, Regnerus riconosce ed apprezza come tale studio abbia finalmente preso in esame “famiglie” stabilmente conviventi, cosa che era risultata molto raramente dal suo precedente noto studio sulle famiglie same-sex pubblicato nel luglio 2012, How different are the adult children of parents who have same-sex relationship ? Findings from the new family structure.

Il secondo parziale aspetto positivo, è costituito, secondo lo studioso americano, dal fatto che quest’ultima ricerca, a differenza delle precedenti, si è basata su un campione rappresentativo a livello nazionale. La sua parzialità è dovuta al fatto che – nota deluso Regnerus – pur essendo partiti da un ampio e significativo campione composto da migliaia di “famiglie”, alla fine il confronto reale si è drasticamente ridotto a 95 “famiglie” di coppie lesbiche, comparate con altrettante 95 famiglie di sesso opposto, andando così a disperdere completamente la sua valenza statistica. Individuare un ampio campione di famiglie same-sex con bambini da sottoporre ad una seria indagine statistica rimane dunque per Regnerus una sfida ancora da superare.

Dopo aver esposto gli aspetti positivi, Regnerus passa ad analizzare i molteplici aspetti critici dello studio.

Innanzitutto il professore del Texas mette in evidenza quello che è il dato reale emergente dalla ricerca, scrivendo:

«le coppie donne dello stesso sesso risultano essere più irascibili, irritate e frustrate con i propri bambini rispetto a quanto lo siano i genitori di sesso opposto».

Oltre a ciò, Regnerus sottolinea un altro importante e curioso aspetto:

«Nonostante le affermazioni in senso contrario, lo studio evidenzia un problema nelle mamme dello stesso sesso riguardo un aspetto che gli autori hanno stranamente deciso di etichettare come “stress dei genitori”. Cioè, (presumibilmente) le madri lesbiche mostrano notevolmente più stress di quanto non facciano i genitori di sesso opposto. La stranezza di cui parlo è dovuta al fatto del perché gli autori abbiano deciso di indicare il parametro come “stress dei genitori” quando ad ogni genitore intervistato è stato chiesto quante volte nell’ultimo mese hanno: ritenuto che il loro bambino sia molto più difficile da crescere che la maggior parte dei bambini il suo / sua età; ritenuto che il loro bambino faccia cose che realmente lo fanno preoccupare molto; si è arrabbiato con il proprio bambino».

L’errore degli autori, secondo Regnerus, consisterebbe dunque nell’aver etichettato come “stress genitoriale” ciò che è in realtà è un triplo indice di irritazione e rabbia nei confronti del bambino e che vede lo stesso bambino come vittima innocente e primaria. Invece di riconoscere che i genitori dello stesso sesso sono irritati e arrabbiati con i loro figli più spesso che i genitori di sesso opposto presi in esame, gli autori hanno preferito liquidare la scomoda questione, affermando che nelle coppie same-sex si riscontra in misura maggiore che in quelli di sesso opposto un vago “stress genitoriale” con buona pace dei figli.

Lo studio, sempre secondo Regnerus, contiene inoltre altri quattro aspetti critici che vale la pena riportare.

In primo luogo, il sociologo statunitense si interroga sul criterio di scelta dei parametri di valutazione, mettendo in risalto come lo studio abbia del tutto ignorato una serie di importanti e significativi indicatori per valutare il benessere dei bambini presenti nel censimento del CDC, come «progresso scolastico, problemi a scuola, partecipazione ad attività sportive e ricreative, volontariato, sonno,  esercizio fisico, consumo dei media, lettura, depressione, bullismo (…)».

In secondo luogo, scrive Regnerus,

«nonostante i miglioramenti, lo studio è ancora “piccolo” per potere dare dei giudizi o delle valutazioni attendibili. Quando si hanno solo 95 casi, il “potere” per rilevare le differenze reali nella popolazione è limitato. In altre parole, si può vedere che vi è differenza (…) Ma a meno che non si dispone di un grande campione, sei impotente, in grado di affermare solamente che non ci sono “differenze statisticamente significative”».

In terzo luogo, lo studioso punta il dito contro il vecchio e scorretto metodo adottato dall’indagine statistica che pretende di ottenere risultati attendibili interrogando i genitori invece che i diretti interessati ossia i figli:

«la pratica di lunga data di ricavare risultati riguardanti il bambino parlando con i genitori dei loro figli sta diventando vecchia. Invece di porre domande dei bambini stessi (…), noi ancora andiamo dai genitori come loro portavoce, (…)».

In conclusione, Regnerus sottolinea come nessuno studioso serio, e lui per primo, abbia alcuna intenzione di affermare che tutti i bambini che crescono con coppie gay siano condannati all’infelicità e al fallimento, né tantomeno di ribadire, per l’ennesima volta, come la complementarietà sessuale e il legame stabile e amorevole tra una mamma e un papà sposati rimangano lo scenario preferibile ed ottimale. Il nocciolo della questione sul quale tutti dovrebbero riflettere e farsi un serio esame di coscienza, scevro da condizionamenti ideologici, è, secondo il professore americano, prendere atto di ciò che i dati statistici e i più seri studi scientifici in materia attestano incontrovertibilmente . Questi ci dicono che non è sufficiente fare leggi che riconoscano il matrimonio omosessuale e l’adozione per diffondere e instillare la “normalità” omosessuale sulla pelle degli incolpevoli bambini. Noi dobbiamo essere d’accordo – conclude Regnerus – nel dire che così, all’interno delle “famiglie” omosessuali, privi di una madre o di un padre, «i ragazzi stanno bene».

Infine Regnerus conclude il suo articolo con una sorta di sfogo personale nei confronti di chi lo accusa di essere mosso da intenti ideologici piuttosto che scientifici, rimandando al mittente tutte le accuse:

«La gente pensa che io ce l’abbia contro la comunità LGBT. Non è vero. Io sono indignato con quella pseudo scienza che si rifiuta di procedere con onestà (…) Posso essere impopolare: ma circa i vantaggi comparativi delle famiglie stabilmente sposate con una mamma e un papà, per i  bambini, non mi sbaglio. Ci vorrà ancora più di fumo, più specchietti per le allodole, maggior retorica sfuggente per silenziare questa  robusta verità empirica».

Bisogna essere grati a studiosi seri ed onesti come Mark Regnerus che da anni afferma e difende le proprie “scomode” verità scientifiche in materia di “famiglie” omosessuali, sottoponendosi alle continue calunnie e ai violenti attacchi delle potentissime lobby LBGT, piuttosto che piegarsi all’ideologico e falso “gender diktat” globale.

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