Da qualche settimana l’arcilesbica nazionale si sta dividendo, ma i mass-media sembrano quasi provare imbarazzo a parlarne. Valga come esempio la stringatissima descrizione dei fatti di Rai News: «L’ottavo congresso nazionale di Arcilesbica, che si è concluso a Bologna con l’elezione della nuova presidente Cristina Gramolini, ha ribadito il suo ‘no’ al cosiddetto “utero in affitto”. L’associazione – si legge in una nota – si proietta in un orizzonte femminista radicale, opponendosi risolutamente alla maternità surrogata in quanto riduzione a cosa di chi nasce e assoggettamento del corpo femminile sul mercato».

Tuttavia, la posizione decisa in tale Congresso sta provocando una specie di terremoto, non solo all’interno di Arcilesbica, ma dell’intero movimento LGBT italiano: «Noi la Madre non la vendiamo, anche se la rete Lgbt è importante e ci ha insegnato tante cose» dichiara la neo presidente al Corriere, ma le sezioni di Bergamo e Bologna hanno già divorziato dalla sigla nazionale.

Il motivo? «rifiutiamo l’idea di una posizione unica, monolitica e abolizionista sulla maternità surrogata» dichiara a Repubblica Carla Catena, leader di Bologna. Su queste pagine si è già sottolineato molte volte il ruolo trainante del movimento LGBT di Bologna, dove fruisce di ingenti appoggi e finanziamenti da parte del Partito Democratico.

L’imbarazzo dei media a parlare di questa spaccatura è certamente dovuto al danno di immagine che deriva dal presentare il movimento LGBT come diviso in sé stesso, per giunta su questioni etiche. Si tratta della stessa difficoltà provata al dover segnalare la nascita – ovviamente a Bologna, e naturalmente con finanziamenti pubblici – del primo telefono per le lesbiche vittime di violenze da parte di lesbiche, perché la vulgata corrente non può accettare che l’omofobia sia una fake news e quando non la è, sia un crimine commesso principalmente da persone omosessuali.

La ragione profonda della divisione tra lesbiche favorevoli all’“utero in affitto” e lesbiche contrarie, va cercata nella persistenza di “coaguli”, ovvero residui di cultura cristiana diffusa per duemila anni in Occidente: a quelli rimanda il forte rifiuto di mettere il «corpo femminile sul mercato».

È tuttavia sbagliato farsi illusioni su una possibile conversione delle lesbiche più conservatrici, innanzi tutto per l’assenza di riferimenti al “mettere soprattutto il bambino sul mercato”.

La realtà di questa spaccatura è che le dissidenti sono semplicemente più coerenti con le premesse del movimento LGBT: l’odio verso la natura in quanto creata da Dio. 
Il processo di secolarizzazione procede lentamente, per gradi, compiendo generalmente due passi avanti e uno indietro, come ben descrive il prof. de Oliveira: «Si direbbe che i movimenti più veloci siano inutili. Ma non è vero. L’esplosione di questi estremismi alza una bandiera, crea un punto di attrazione fisso che affascina per il suo stesso radicalismo i moderati, e verso cui questi cominciano lentamente a incamminarsi».

Dunque, anche se le lesbiche “conservatrici” forse resteranno le più numerose, i gruppi come quello di Bologna continueranno il loro compito “vessillare”, come già prepara Carla Catena: «La prima campagna che faremo? Quella per una legge contro l’omotransfobia e per il matrimonio egualitario».