Uno studio dal titolo “Ddl unioni civili criticità procedurali: 69 commi da raccontare” a firma del professor Luigi Ciaurro – docente di Diritto parlamentare presso la Lumsa di Roma – è stato pubblicato sull’ultimo numero del trimestrale Rassegna Parlamentare, rivista che fa capo all’Istituto per la documentazione e gli studi legislativi. Ciaurro mette in evidenza alcune gravi irregolarità o anomalie procedurali nell’iter di approvazione di questa legge.

L’autore pone in rilievo sei forzature di carattere formale, che qui –per motivi di spazio –  andremo ad analizzare solo in parte (chi volesse leggere per intero l’articolo può cliccare qui e qui). Nell’ottobre del 2015 il testo di legge inizia il suo esame in Senato senza che la Commissione Giustizia avesse concluso i suoi lavori, dato che questa aveva avuto solo sei giorni per discutere il disegno di legge, discussione che in realtà era stata ridotta alla mera illustrazione da parte dell’onorevole Cirinnà del contenuto degli articoli del Ddl.

Il senatore Carlo Giovanardi si oppone dichiarando che il Ddl viola l’art. 72 della Costituzione: «Il testo preso in esame non è stato assolutamente preso in esame dalla Commissione prima di giungere all’esame dell’aula, come prevede la Costituzione e lo stesso regolamento, che concede due mesi di tempo alle Commissioni per valutare un provvedimento». Ecco quindi che Giovanardi insieme ad altri 50 senatori decide di far ricorso alla Corte Costituzionale.

Altra stranezza procedurale: la modalità attraverso cui, tra i 14 disegni di legge sulla materiapresentati in Parlamento, si è arrivati a scegliere come testo base quello presentato dalla senatrice Cirinnà. In genere l’adozione del testo base avviene in Commissione, ma se ciò non accade può avvenire direttamente in Assemblea parlamentare. Ora, nel caso delle unioni civili, la scelta del testo base non era avvenuta in Commissione e non sarebbe nemmeno avvenuta in Assemblea per votazione, bensì a opera della Conferenza dei capigruppo e quasi sicuramente non all’unanimità. In merito a tale anomalia procedurale Ciaurro annota:  «stupisce che non vi siano state contestazioni».

Ci fu poi il caso dell’emendamento Marcucci teso a introdurre un articolo “zero” da premettere quindiall’art. 1. Tale articolo “zero” offriva una sintesi di tutto l’articolato di legge successivo. In tal modo, approvandolo, si potevano evitare ostruzionismi sulla votazione di articoli successivi (già in nuce approvati con l’articolo “zero”) e scrutini segreti, con temibili esiti incerti, su altri emendamenti. Insomma, un modo per congelare il testo e la relativa discussione sin dall’inizio. Il presidente Grasso, seppur in modo inusuale, giudicò inammissibile tale emendamento Marcucci.

Non essendo riusciti ad approvare l’emendamento Marcucci, si fece ricorso al maxi-emendamentopresentato dal governo che andava a sostituire, con un unico articolo corredato da 69 commi, il Ddl Cirinnà. In primo luogo, è da rilevare che, contrariamente a quanto stabilisce espressamente l’art. 87 della Costituzione, tale emendamento proposto dal governo non è mai stato autorizzato dal Presidente della Repubblica. Anche su questo punto la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi. Inoltre, l’emendamento era stato presentato fuori tempo massimo, ma Renzi, avvalendosi dell’art. 100 comma 6 del Regolamento del Senato, aveva potuto ugualmente presentarlo.

Quest’ultimo articolo prevede una deroga sulle tempistiche di presentazione degli emendamenti anche a favore di emendamenti proposti dal governo. Rimane il fatto che se formalmente il maxi-emendamento proveniva dal governo, sostanzialmente in aula si andava a votare un testo di legge di iniziativa parlamentare. E quindi possiamo concludere che Renzi trovò un mero appiglio formalistico per non rispettare i tempi procedurali di presentazione.

La presentazione del maxi-emendamento, che racchiudeva in sé in un solo articolo tutti gli articoli delDdl Cirinnà, insieme al voto di fiducia su quest’unico articolo, ha fatto sì di impedire la discussione articolo per articolo e la proposizione di altri emendamenti. Insomma – e questo è un nostro commento – Renzi è come se avesse detto ai suoi: o votate questa legge per intero così come è, oppure andiamo tutti a casa. Un chiaro ricatto: o la legge o la poltrona. Prendere o lasciare. Hanno scelto la poltrona (Alfano & Co. compresi). Inutile poi il tentativo del senatore Calderoli, il quale fece osservare che tale maxi-emendamento non era stato esaminato in Commissione e quindi la procedura legislativa, ancora una volta, non era stata rispettata.

In sintesi, potremmo concludere che i regolamenti parlamentari sono dei legacci, che immobilizzanol’avversario quando fanno comodo e da cui invece è bene liberarsi quando sono d’impaccio. (di Tommaso Scandroglio)

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