Le lobby gay stanno facendo una fortissima pressione per la creazione di un “Indice Globale di Inclusione delle persone LGBTI”, da inserire tra gli obiettivi prioritari di una delle più importanti agende politiche mondiali. Ad agosto 2015, l’assemblea generale delle Nazioni Unite, nell’ambito dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, ha, infatti, adottato i nuovi “Sustainable Development Goals” (Sdgs), che, come recita lo slogan dell’iniziativa, si propongono di trasformare il mondo (“transforming our world”), mettendo a frutto l’esperienza dei precedenti “Millennium development goals” (Mdgs), adottati dall’ONU nel 2000 come agenda mondiale per lo sviluppo nel periodo 2000-2015.

Come si legge su www.greenreport.it, il raggiungimento degli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” ha delle importanti ricadute sulle politiche nazionali degli Stati membri, obbligati a sviluppare appositi piani di intervento:

L’ambiziosa agenda 2030 si basa su una serie di obiettivi e target che dovranno essere monitorati in modo costante e sistematico attraverso una complessa serie di indicatori che al momento sono ancora in corso di elaborazione. Da parte loro, gli Stati, dovranno sviluppare dei piani nazionali di azione finalizzati all’attuazione dell’agenda 2030”.

I nuovi obiettivi “Sdgs”, che passano da 8 a 17, con ben 169 target specifici, sono stati definiti, “a partire dai precedenti Mdgs dopo un lungo processo negoziale iniziato nel contesto della Conferenza Rio+20”. I “Millenium Development Goals”, “costituivano la traduzione operativa della Dichiarazione del Millennio, sottoscritta nel settembre del 2000 alle Nazioni Unite da 191 Capi di Stato e di governo. Gli Mdgs, che arriveranno a scadenza alla fine del 2015, erano strutturati in 8 goal, ciascuno articolato in un numero di target variabile da uno a sei”. 

Ora, con la nuova agenda 2015-2030, cambia e si allarga anche il target di riferimento delle azioni:

Mentre gli Mdgs avevano come loro destinatari i Paesi meno sviluppati, gli Sdgs si indirizzano a tutti i Paesi del mondo. Così, se l’agenda degli Mdgs era legata alla promozione dello sviluppo tout court, la nuova agenda degli Sdgs, pur rilanciando la centralità dello sradicamento della povertà come la più grande sfida del nostro tempo, si propone di affrontarla nell’ambito di una strategia globale per la promozione dello sviluppo sostenibile”.

La nuova agenda “Sdgs” non è però andata giù alle lobby LGBT che, non soddisfatte della presenza dell’obiettivo 5, riservato alla gender equality e all’empowerment delle donne, pretenderebbero la promozione di un diciottesimo obiettivo, espressamente dedicato all’inclusione e ai “diritti” delle persone LGBT.

Il forte malcontento della comunità omosessualista è stato espresso attraverso una nota, intitolata “Consultation on the Development of Global LGBTI Inclusion Index in the context of the Sustainable Development Goals”, diramata ad ottobre, congiuntamente, dalle due maggiori organizzazioni LGBT a livello internazionale, “International Lesbian and Gay Association” (ILGA) e “Outright Action International” (ex International Gay and Lesbian Human Rights Commission). In essa, le due potenti ONG firmatarie, entrambe accreditate presso le Nazioni Unite con status consultivo, hanno criticato apertamente il testo finale degli “SDGs”, reo di di non aver menzionato tra le sue priorità di azione, “l’orientamento sessuale, l’identità di genere, l’intersessualità o le persone LGBTI”, nonostante tutte le agenzie delle Nazioni Unite, si legge sempre nel documento, “ritengano che la popolazione omosessuale sia intrinseca alla popolazione generale e per questo motivo meritevole delle protezioni previste secondo gli accordi internazionali vincolanti per i diritti umani”.

Il comunicato rende inoltre noto come, sul tema LGBTI, a metà settembre 2015, sia avvenuto un importante incontro a New York, che ha avuto per protagonisti il “Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo” (UNDP) e l’ “Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani” (OHCHR), i quali hanno sottolineato l’importanza dello sviluppo di un particolare indice di Inclusione Globale, volto a misurare il “tasso” LGBTI di ogni paese per poter prendere le misure necessarie. All’incontro, si legge sempre nella nota, hanno preso parte, “Un certo numero di organismi della società civile che lavorano in ambito internazionale, alcuni accademici, agenzie e organismi delle Nazioni Unite, cosi come stakeholder dell’industria privata”, al fine di discutere insieme le questioni più importanti riguardanti la creazione di tale indice ed iniziare in tal modo un processo di identificazione dei prioritari settori d’intervento.

L’“UNPD” ha individuato proprio nelle due ONG, “ILGA” e “Outright Action International”, i soggetti ideali in grado di dare avvio a tale processo di consultazione e così il documento invita tutti a partecipare ad un apposito sondaggio (conclusosi il 23 novembre), preparato nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite, per poter meglio individuare e comprendere i settori di intervento e gli indicatori di riferimento. Completata tale fase, per la quale si prevede una tempistica pari a 8-10 settimane, sarà redatta una relazione di sintesi per poi passare alla successiva fase due. A metà dicembre 2015, con l’avvio della seconda fase, l’idea è quella convocare un meeting globale che riunisca attivisti, avvocati e accademici LGBTI, con l’intento di discutere e perfezionare i risultati del sondaggio, accogliendo le considerazioni di ciascuno riguardo il nuovo indice globale LGBTI.

L’accurato piano di azione messo in atto, a livello internazionale, dalle due influenti ONG omosessualiste per promuovere uno speciale “Indice di inclusione” LGBT, in ogni paese membro delle Nazioni Unite, mostra quanto sia attiva e organizzata l’azione delle lobby gay nelle sedi che contano. Le organizzazioni, “ILGA” e “Outright Action International”, che un tempo tramavano nell’ombra, esercitano oggi una “pressione spudorata” alla luce del sole, presentando, prepotentemente, le proprie istanze LGBT come presunti irrinunciabili “diritti umani”. Tutto ciò dimostra infine come i programmi politici, applicati a livello nazionale sul gendernon siano iniziative casuali ed estemporanee, ma siano il frutto di linee guida e direttive ben precise, progettate secondo una premeditata strategia ideologica.

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