Che il mondo della moda sia da sempre considerato uno dei più perversi è fuori discussione, se solo si pensasse a quanto questa abbia traviato non solo il buon costume, ma anche il buon gusto di tantissime generazioni, specie dalla rivoluzione del ’68 in cui si è solennemente deciso di intraprendere il cammino verso l’indecenza, decretando che era giunta l’ora di far cessare il periodo retrogrado delle gambe coperte e dei colli alti nelle femmine.

I toni assunti dalla moda odierna sono – oltre che brutti da un punto di vista estetico – eccezionalmente capaci di invertire ciò che per secoli ha rappresentato l’abbigliamento femminile, ben distinto da quello maschile, e viceversa.

Le ultime trovate delle case di alta moda, che hanno deciso di intraprendere un percorso volto a a non creare distinzioni fra l’abbigliamento femminile e quello maschile, proponendo lo stile “genderless” o “gender-neutral“, hanno i propri antesignani in quel modello di moda prettamente americana che ha deciso di iniziare a vestire la donna in modo mascolino già 40 anni fa.

Una volta scardinato il cosiddetto “stereotipo”, che secondo i fautori della dissoluzione morale avrebbe tenuto intrappolato l’uomo dentro fissazioni dovute a contesti storici, il passo ulteriore verso la rivoluzione antropologica, a cui fa consequenzialmente seguito quella dell’abbigliamento, è stata certamente più semplice.

In effetti, guardandosi attorno, si fa sin fatica a riconoscere delle notevoli differenze fra alcuni tipi di uomini ed alcuni tipi di donne, essendo tutto livellato ad un mero modello unisex, che non vuole più riconoscere la bellezza delle diversità, le quali dovrebbero invece legare in modo complementare e ben definito il maschio e la femmina.

Alla luce di questo triste e sconvolgente panorama si può nascondere qualcosa di ancora peggiore e che non conosce ne limite ne vergogna.

Agenzia di moda per transgender

Ci riferiamo qui alla nuova e nascente agenzia di moda per transgender, fondata a New York da Peche Di un transgender thailandese, che si è detto stanco di vedere la sua sessualità come un limite nel mondo del lavoro, offrendo così la possibilità a se stesso e ad altri modelli/e nelle medesime condizioni, di proseguire la propria carriera tra passerelle e servizi fotografici.

Se fino a poco tempo fa fece molto scalpore la scelta di Gucci, che assunse a sfilare ila famosa modella transgender Hair Nef, da lì in poi si è creato un vero e proprio movimento intorno alla possibilità di veder sfilare personaggi con un’identità di genere non ben definita.

All’interno dell’agenzia newyorkese “Trans Models” ( un nome, un programma ) figurano già 19 persone, 10 “uomini” e 9 “donne”, pronte a tutto pur di “essere se stesse”: è proprio questa la volontà e l’identikit che contraddistingue l’intenzione di Peche Di, rilanciare l’unicità dei transgender nel mondo della moda, per superare e far cadere il concetto di “diverso”, che fino a poco tempo fa escludeva i modelli/e per la propria identità fluida:

«Ci capita ancora di sentir dire dalle aziende che ci assumono “Oh ecco il tuo modello trans” invece che semplicemente “ecco il nuovo bravo modello” » – racconta ai media Garnet Rubio, uno dei giovani indossatori dai contorni sessuali fluidi – «ma ci cercano più spesso. Per la prima volta nella mia vita professionale sono pagato per essere me stesso».

Ciò che inoltre contraddistingue la “caparbietà” di questi personaggi è la prontezza ad essere disinibiti davanti ad ogni tipo di abito che vi sia da indossare, sia esso da uomo, da donna, incerto, ambiguo, l’importante è dare spazio alla propria indecifrabilità, probabilmente segno che contraddistingue anche quella mentale, nel senso che non è ben chiaro quale ruolo si debba avere all’interno della società.

Sicuramente l’ingranaggio transgender nel mondo della moda sta iniziando a farsi strada, oggi come non mai vista la campagna di normalizzazione fatta negli ultimi tempi verso l’omosessualità e tutto quel che fa da contorno ad essa: la “Trans Models” è stata infatti assoldata recentemente da grandi nomi come la “Budweiser” e la “Smirnoff“, grandi agenzie di bevande alcoliche, che hanno scelto di ritrarre per alcune loro campagne i corpi e i volti dei modelli/e transgender.

Peche Di, Miss Asia

Peche Di, Miss Asia

A far notare che un vento di rivoluzione si sta alzando maggiormente verso tali novità, è proprio il modello thailandese fondatore dell’agenzia:

«In passato – racconta Peche Di – mi ricordo di essere stata assunta da una azienda di bevande, ma dopo un foto-shooting, quando scoprirono che ero transgender, mi licenziarono su due piedi. Mi pagarono, ma rifiutarono la mia identità. Oggi invece ci assumono proprio perché possiamo offrire un nuovo elemento alla loro marca, alla loro immagine. Perché siamo autentiche e autentici».

La scelleratezza con cui si muovono i grandi business economici è appunto proprio quella di cui parla Peche Di, la novità, l’esigenza di cambiamento. Portare ciò che è trasgressivo e persino fuori da ogni limite di normalità porta paradossalmente ad essere “migliori”, “progressivi” smuovendo quindi la curiosità, che a sua volta smuove il denaro. Internamente ad ogni canone di perversione si annida il connubio inscindibile fra ciò che va contro la natura umana e il denaro.

Ora, è evidente che denunciare queste cose serve a poco se poi non si trova un vero modo per contrastare l’ondata malefica che accompagna questi nuovi sviluppi omosessualisti e vetero-femministi – poiché da queste due correnti si mobilita tutto. Bisogna invece, oltre a boicottare quanto più possibile tutto ciò che finanzia o ingaggia queste agenzie, contrastare il gender nel modo più sensato possibile, ovvero restituendo, finanche nell’abbigliamento, ciò che compete alla natura di donna, e ciò che compete alla natura di uomo.

Non si possono vedere donne vestite con jeans e scarpe da tennis gridare nelle piazze contro il gender, con cappelli corti e camice da uomo; così come non si può vedere l’uomo ( cosa questa sicuramente più rara ) criticare la cultura omosessualista indossando magliette rosa.

Quello che ci vogliono far credere è che non è più l’abito che fa il monaco, che non conta ormai se la donna si veste da uomo perché tanto i vestiti che sono sul mercato sono quelli. Vogliono assopirci davanti a queste menzogne, ma noi, con tutta la più buona volontà, dobbiamo continuare ad affermare ciò che la dignità dei nostri nonni e bisnonne ha sempre affermato: l’uomo si vesta da uomo, parli da uomo e ricopra le mansioni da uomo; la donna, candida e soave immagine di ciò che alimenta il focolare domestico, torni ad essere moglie e madre, raffinata e matrice. Porti la gonna e i capelli lunghi, curi il suo linguaggio e tutto ciò che rappresenta la sua semplice ma allo stesso tempo virtuosa natura di colei che sola può dare, attraverso il suo ventre, la vita. Ecco la funzionalità per contrastare il gender, ecco come spezzare l’incantesimo di Medusa che ha pietrificato un’intera civiltà all’insegna del Male assoluto.

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