Al Comune di Torino è appena stata varata una rivoluzione linguistica, in nome del “politicamente corretto”, senza precedenti. La neolingua della pubblica amministrazione torinese è stata introdotta attraverso una delibera, approvata lo scorso 11 settembre 2017 dalla giunta guidata Chiara Appendino che ha fatto suo e completato un progetto di “riforma del linguaggio amministrativo” avviato dal precedessore Piero Fassino.

Via, dunque, modi di dire potenzialmente “degradanti” e “discriminanti” come «uomo della strada» per far spazio alla nuova più rassicurante definizione di «gente comune». Negli uffici aperti al pubblico, scrive il quotidiano La Stampa, in ossequio al “gender diktat” è stato anche rivisto il classico avviso che recita,«i cittadini in attesa possono accomodarsi nell’apposita sala», con l’adozione di un’espressione più neutra ed inclusiva: «Le persone in attesa possono accomodarsi nell’apposita sala».

Il vademecum politically correct, riporta sempre La Stampa, prevede che l’agente di polizia municipale di sesso femminile diventi «la vigile»;  la professionista dell’ufficio legale del Comune, «l’avvocata»; i circa 10 mila lavoratori di Palazzo Civico, «il personale dipendente», le circa 2 mila insegnanti delle scuole comunali «il corpo insegnante». Tutti i documenti amministrativi dovranno rigorosamente attenersi a tali indicazioni, scrivendo secondo il nuovo “rispettoso” ed “adeguato” linguaggio imposto dalla “sindaca” di Torino.