L’agenzia Adista del 15 ottobre ha dato notizia dell’erezione di una statua a Benedetto XVI a Sulmona. Il bronzo in grandezza naturale sta alle spalle della cattedrale e tutto il resoconto informa che la cosa è stata fortemente voluta dal vescovo Angelo Spina. Informa anche che pochissima gente è venuta all’inaugurazione. La statua doveva celebrare la visita di quel Papa il 4 luglio 2010 e ancora si viene informati che, pure in quel giorno, c’era pochissima gente.

Ci informa anche dello sdegno dell’Uaar de L’Aquila (di cui non si fa fatica a immaginare la consistenza numerica), perché «una città intera non può essere rappresentata dalla sola religione cattolica». Infatti, com’è noto, a Sulmona spesseggiano i buddhisti, gli shintoisti, i musulmani delle due osservanze (sciiti e sunniti), gli animisti banthu, i sikh e perfino i giaininisti che spazzano le strade.

Suggeriamo alla sindaca (new style sardo) di invitare i rispettivi leader così da commemorare in bronzo anche la loro visita: chi entra in Sulmona verrà accolto da una foresta di statue bronzee in grandezza naturale e la città potrà entrare nel Guinness, con notevoli  ricadute turistiche. La stessa agenzia, inoltre, ci fa sapere che la legge vieterebbe le statue di persone viventi (giriamo la notizia al paese natale di Manuela Arcuri, ndr.) e che detta legge è stata furbescamente aggirata appigliandosi alla storica visita papale: il monumento è solo unsouvenir dell’evento, mica una glorificazione di Ratzinger.

Infine, la medesima agenzia ha ritenuto di dover riportare le parole di don Raffaele Garofalo, che non è un prete di Sulmona, bensì di Pacentro, comune dell’aquilano. E solo le sue. Naturalmente, dette parole erano in stile col resto del report: «La realizzazione della statua a Ratzinger non è stata ritenuta prioritaria, dalla maggioranza dei cittadini, rispetto ai tanti bisogni della società civile e religiosa della città».

Un prete di Pacentro sì che sa cosa pensano gli abitanti di Sulmona, mica il vescovo. Ancora: «La visita del papa emerito infatti è stata abbondantemente “testimoniata” con l’immagine di Ratzinger posta nella lunetta della facciata della cattedrale, accanto a quella di Celestino V». Una lunetta, come tutti sanno, è molto più «abbondante» di una statua in grandezza naturale. Lunetta, poi, velenosa: gli unici due papi dimissionari insieme. Ma non solo la lunetta: «Nell’abside del tempio troneggia inoltre un dipinto con le figure di Benedetto XVI e di mons. Spina, ad imitazione del più tradizionale costume rinascimentale degli alti prelati». Troneggia.

Ma non è finita: «In via di allestimento è inoltre un museo degli oggetti e paramenti papali usati e indossati da Benedetto XVI, che si spera sfugga ad ogni tentazione idolatrica». Tentazione idolatrica? Ma non aveva detto che i sulmonesi avevano snobbato Ratzinger per due volte? Boh. Ed ecco il gran finale: «Quanto ai “frutti spirituali” di tali spettacoli spetterà a Dio esprimere il suo giudizio imparziale, ma è certo che la Fede evangelica percorre strade diverse da manifestazioni appariscenti che Cristo condannava nelle cerimonie dei Farisei».

Ipse dixit, cioè don Garofalo da Pacentro, che stigmatizza «una iniziativa arbitraria, utile, forse, a soddisfare mire strumentali, certamente estranea ad un concetto di autentica spiritualità». Capito, Michelangelo e Raffaello? Ma non sarà –…a pensar male…- che il vescovo di Sulmona è attualmente nel mirino per le sue affermazioni anti-gender? Sul sito «La Fede Quotidiana», infatti, sono apparse queste sue parole: «Oggi il mondo è impregnato da una ideologia che spaccia per diritti quelli che in realtà sono arbitrio. La stessa politica in Italia ne ha dato prova correndo per approvare la legge sulle unioni civili che certamente non erano la priorità, ma sono figlie di potenti e ricche lobby. Io non discuto i diritti individuali, ma non è possibile accostare come è stato fatto, la famiglia naturale composta da uomo e donna aperti alla vita con altri tipi di unione. Spiacevolmente anche la stampa e i media spesso danno una pessima informazione, orientata a far credere che tutto sia lecito e permesso nel nome di una falsa libertà».

Subito Monica Cirinnà ha sbottato su Facebook: «Giorni fa ho fatto due assemblee nella sua diocesi, sale gremite da chi vuole il rispetto dell’art. 3 Cost., è uguaglianza non libero arbitrio». Magari le assemblee le ha fatte a Pacentro. Sì, perché Rodolfo De Mattei ci fa sapere che da quelle parti hanno il primato nazionale della desertificazione dei registri delle unioni civili. E che la diocesi (tranne le eccezioni che qui abbiamo elencate) si è stretta in solidarietà attorno al suo vescovo. Che pare sia molto amato (don Garofalo a parte). Infine, stancamente: qualcuno spieghi alla Cirinnà il concetto teologico di «libero arbitrio». Dicono che ha pure studiato dalle suore… Mah. (Rino Cammilleri)