Con un gesto che richiama alla memoria il “Parigi val bene una messa” di Enrico IV di Navarra, la cancelliera Angela Merkel si è inaspettatamente schierata a Berlino lunedì scorso a favore del cosiddetto matrimonio omosessuale, cui finora il suo partito ufficialmente si opponeva. Dato dai sondaggi in continuo declino, alla ricerca di nuovi consensi il Partito socialista tedesco, Spd, aveva giocato la carta del pieno riconoscimento in Germania del cosiddetto matrimonio omosessuale. Con questa mossa la cancelliera Merkel gliel’ha tolta di mano con destrezza schierandosi inaspettatamente dalla stessa parte. Nelle elezioni politiche del prossimo autunno l’Spd è già comunque avviato alla sconfitta, ma pur di travolgerlo la cancelliera non esita insomma  a gettare alle ortiche quanto ancora resta della cultura originaria sua e dei partiti dei quali è leader.

Finora in Germania le coppie di omossessuali hanno accesso solo alla cosiddetta “unione civile registrata”, grazie alla quale godono di specifici diritti in materia fiscale ed ereditaria, ma non possono adottare bambini in quanto coppia. Proprio per l’opposizione dei due partiti democristiani tedeschi, Cdu e Csu, non si è sin qui andati oltre. Adesso invece la cancelliera ha preannunciato che sulla materia intende proporre che i deputati della sua maggioranza siano liberi di votare secondo coscienza. Resta da vedere come gli organi dei due partiti democristiani recepiranno tale svolta, ma sta di fatto che per quanto la riguarda la cancelliera, capo del governo del più popoloso e ricco Paese europeo, si è convertita al “matrimonio per tutti”.

Al di là dell’impatto, peraltro sinora non del tutto misurabile, che tale svolta avrà sulla scena della vita pubblica della Germania, l’episodio merita  più ampie considerazioni. In primo luogo, come sempre ad ogni passo avanti sulla via della normalizzazione dell’omosessualità in Occidente, sarebbe importante accorgersi che si determina per contraccolpo un ulteriore isolamento e un’ulteriore perdita di prestigio della nostra cultura agli occhi del resto del mondo.

Pochi infatti lo sanno, dal momento che il grosso del circo massmediatico occidentale si guarda bene dal parlarne, ma  tutto  quanto attiene alla cosiddetta “rivoluzione sessuale” è un fenomeno sostanzialmente nord-atlantico. Salvo alcune “isole” di cultura occidentale come la Nuova Zelanda, l’Australia e simili, al di là dell’Europa occidentale e del Nordamerica la rivoluzione sessuale, e in genere il nichilismo di massa che l’accompagna, vengono per lo più considerati (e a ragione) come una forma di decadenza umana da non imitare. In sede Onu i tentativi di promuoverla vengono sistematicamente fermati nell’Assemblea generale da maggioranze formate da blocchi di Paesi  dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Lo stesso accade nell’assemblea dell’Organizzazione degli Stati Americani. C’è molta presunzione neo-coloniale nella pretesa che la rivoluzione sessuale sia ipso facto un fenomeno di avanguardia. Agli occhi della maggior parte del resto del mondo è piuttosto qualcosa che ci squalifica.

In secondo luogo, se si pensa alle lotte del movimento operaio dei secoli XIX e XX, stringe comunque il cuore assistere al suo così penoso svanire. Totalmente ignari della sua più antica tradizione popolare, precedente  alla stagione in cui cadde sotto l’egemonia del pensiero di Marx, svanito il marxismo gli eredi del movimento operaio scivolano ogni giorno più allegramente nella trappola del radicalismo borghese. Siamo arrivati al punto che si spacciano come “di sinistra” delle cose che sono classicamente “di destra” come l’assoluta autodeterminazione dell’individuo, la rivendicazione illimitata dei suoi diritti contro chiunque, come è evidente nel caso dell’aborto, e l’estensione altrettanto senza limite della proprietà privata (si pensi ad esempio allo slogan “L’utero è mio e lo gestisco io!”).

In terzo luogo episodi come la cinica svolta di Angela Merkel, di cui si diceva, danno la misura di quanto trasversale sia la crisi dell’Occidente. Da un estremo all’altro della scena pubblica europea, fra i politici in vario modo riferibili a visioni del mondo che dovrebbero essere alternative, è tutta una non nobile gara a chi scambia più primogeniture con  più piatti di lenticchie. In un tale deserto urge, per difficile che sia, ripartire da zero ricercando tra le macerie quel che resta della tradizione e dell’eredità del popolarismo di sturziana memoria, ma soprattutto valorizzando il “depositum”, così stupidamente snobbato, della dottrina sociale della Chiesa. (Robi Ronza)