Le Olimpiadi 2016 di Rio de Janeiro sono alle porte e H&M, il popolare marchio di abbigliamento “Made in Sweden”, diffusissimo tra i giovani,  lancia “For Every Victory” una campagna in collaborazione con il team olimpico svedese che è un vero e proprio spot a favore dell’omosessualità e della fluidità sessuale.

Il protagonista scelto per l’iniziativa promozionale, non a caso, è William Bruce Jenner, ex atleta statunitense, meglio conosciuto oggi con il nome di Caitlyn Jenner, che da icona dello sport, per aver vinto una medaglia alle Olimpiadi di Montreal nel 1976, è divenuto negli ultimi tempi un’icona gay, celebrata e osannata sulle copertine di tutti i principali quotidiani e magazine internazionali.

Il transgender statunitense ha accolto con entusiasmo l’ennesima vetrina pubblicitaria, commentando così la sua scelta di prendere parte alla campagna H&M:

“Quando ho realizzato le foto per Vanity Fair l’anno scorso, con le quali ho annunciato al mondo chi fossi, mi sono guardata allo specchio e per la prima volta mi sono vista davvero me stessa. (…) Credo davvero che lo sport riesca a portare un cambiamento positivo nella vita delle persone, per questo motivo sono molto orgogliosa di far parte di questa campagna, perché mi ricorda che la forza e il coraggio aiutano a superare tutti gli ostacoli”.

Oltre a l’ex oro olimpico  William Bruce Jenner, nel video sono presenti, tra gli altri, la ginnasta Chelsea Warner,  affetta da sindrome di Down; il surfista Mike Coots, che continua a cavalcare le onde anche dopo aver perso una gamba per l’attacco di uno squalo; la pugile cubana Namibia Flores, che ha dovuto superare gli “stereotipi” di un sport prettamente maschile per realizzare il suo sogno di salire sul ring; i King Cross Steelers, la prima squadra di rugby gay-friendly.

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Il messaggio è evidente:
mettere sullo stesso identico piano ogni tipo di discriminazione, dall’omosessualità alla sindrome di Down, celebrando lo sport come attività e strumento grazie al quale è possibile superare qualsiasi barriera e diversità.

L’ennesima propaganda gay, politicamente corretta, volta a “normalizzare” l’indifferenza e la fluidità sessuale secondo il diktat etico imperante.

Chelsea Warner,

La ginnasta Chelsea Warner

Eppure, risulta chiaro ad ogni persona dotata di un briciolo di onestà intellettuale e buon senso, come non sia possibile equiparare anomalie cromosomiche innate, o accidentali disgrazie personali, a precise scelte comportamentali contro natura che una società realmente “sana” e “civile” dovrebbe cercare di contrastare e dissuadere con ogni mezzo piuttosto che promuovere e diffondere.

La tesi secondo cui la discriminazione sociale e il clima di “omofobia” siano alle origini delle problematiche psichiche e fisiche degli omosessuali è smentita dai fatti.

A tale proposito, il noto psicoterapeuta olandese Gerard Van Den Aardweg, nel suo interessante saggio recentemente pubblicato da Solfanelli, a cura di Paolo Pasqualucci, La scienza dice no. L’inganno del matrimonio gay, sottolinea come la teoria della discriminazione venga oggi diffusa come un indiscutibile dogma religioso, domandandosi retoricamente perché altre categorie, storicamente altrettanto discriminate, non abbiano riscontrato i medesimi problemi:

“dove sono le prove del fatto che la discriminazione sociale renda incapace di relazioni affettive stabili o causi tendenze suicide che si mantengono per tutta la vita, disturbi d’ansia e depressioni croniche? Perché non succedeva la stessa cosa a categorie di persone che sono state discriminate e oppresse per secoli, come per esempio i neri, gli ebrei o i cattolici irlandesi?”.