Il 16 novembre scorso gli Ambasciatori di Ungheria e Polonia hanno messo il veto all’approvazione del Quadro finanziario pluriennale dell’Unione Europea di cui fa parte il Recovery Fund, il fondo europeo per gli stati che sono in difficoltà economiche per la pandemia. L’Unione Europea vincola l’elargizione dei fondi al rispetto dei principi democratici da parte dei paesi beneficiari. Per poter essere definito uno stato di diritto è necessario che i paesi beneficiari tutelino e promuovano l’agenda Lgbt cioè i cosiddetti nuovi diritti: riconoscimento del matrimonio fra persone dello stesso sesso, accesso all’adozione e alla fecondazione artificiale per coppie omosessuali, introduzione del reato di omofobia: “Questa non è la regola dello Stato di diritto ma è la regola del ricatto” ha affermato una portavoce del governo di Budapest.

Da parte sua il Presidente polacco, Andrzej Duda, durante un’intervista alla televisione Ewtn, ha sottolineato il proprio impegno a sostegno della famiglia tradizionale, del matrimonio tra un uomo e una donna e del diritto dei genitori di crescere i figli secondo le proprie convinzioni. Egli è stato il primo presidente polacco a partecipare alla Marcia per la Vita e per la Famiglia di Varsavia.

Apprezziamo il fatto che proprio l’Ungheria e la Polonia, paesi più colpiti dalla seconda ondata del coronavirus, che dovevano essere tra i massimi beneficiari di questi fondi, si siano opposti per non rinunciare ai propri valori rischiando così di far saltare un accordo del valore di 1,8 trilioni di euro.