«Fatto gravissimo: sono allibito», con queste parole il Ministro per la Famiglia, On. Lorenzo Fontana, ha definito quanto accaduto il 6 luglio scorso presso l’Asilo della “Coop Dolce” di Casalecchio di Reno, di cui si è già parlato sulle nostre pagine.
Nelle stesse ore, l’On. Bignami – deputato bolognese – ha subito presentato un’interrogazione al Ministro dell’Istruzione seguita, qualche giorno dopo, da un’altra interrogazione della senatrice Binetti.

Le bugie di Avvenire. Di fronte ai fatti – documentati da fotografie – il quotidiano dei vescovi ha ignorato sia le dichiarazioni del Ministro sia gli interventi dei consiglieri comunali e dei parlamentari, cercando di spostare l’attenzione dalle responsabilità dell’Amministrazione comunale (a guida Partito Democratico) alla cooperativa “Dolce”, che gestisce l’asilo. La reazione dell’arcivescovado locale è stata improntata al dialogo più che allo sdegno, si è allarmata perché si sono «scatenate contrapposizioni» (sic!).

Il PD: non è successo niente. Così, dopo soli cinque giorni, il Sindaco ha convocato una conferenza stampa – presenti principalmente genitori “amici” – per concludere che si è trattato di una «vicenda ingigantita e strumentalizzata» e non c’è stato «nessun gay pride con i bimbi» ma solo un «errore di comunicazione» all’interno «di una linea condivisa dal sindaco».
Oggi, dopo nemmeno tre settimane, tutto tace.

L’asilo di Casalecchio svela una strategia. «Il più grande problema che l’Italia dovette affrontare nel suo costituirsi a Stato moderno fu quello di creare una unità nazionale operante nella coscienza dei cittadini»: ecco, secondo la gramsciana Dina Bertoni Iovine, la chiave di lettura per capire la scuola italiana.
Da parte sua, la Chiesa colse quell’attacco alle coscienze fin da subito e qualche decennio dopo rispose con la più importante delle encicliche in tema di educazione: «è ingiusto ed illecito ogni monopolio educativo o scolastico che costringa fisicamente e moralmente le famiglie a frequentare le scuole dello Stato» (Divini illius Magistri).

La svolta del ’68. Fin dai primi anni dell’unità d’Italia i cattolici erano consci che l’azione dello Stato avrebbe tolto centralità alla famiglia. L’attacco all’infanzia iniziò nel 1958, durò 10 anni e provocò ben due crisi di governo. Fu solo grazie al tradimento del Governo Moro III che si riuscì a varare la legge 444/1968 istitutiva della “Scuola dell’Infanzia Statale”.
Tuttavia, per via degli immani costi da sostenere, si dovette attendere la violenta determinazione del Governo Renzi per vedere un progetto concreto di “Sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni”.

La “Buona scuola”. E’ il 13 luglio 2015 quando, tra forti contestazioni, viene approvata la “legge quadro” 107/2015: tra le molte cose negative, quella presente nel comma 181/e passa quasi inosservata: “Istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni”.
Il decreto legislativo d’attuazione (n° 65 del 13/4/2017) prevede di istituire il  “Sistema 0-6” progressivamente (ben 672 milioni di euro per i primi tre anni!), ma contiene una preoccupante finalità (art. 3): «rispetta e accoglie le diversità ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione». Ma la Costituzione parla di “distinzione”…
Il 19/2/18, forse presagendo la fine del proprio mandato, Valeria Fedeli emana la Nota 404 con i “Primi orientamenti operativi” per l’attuazione del Sistema 0-6.

Il tema dell’informazione alla famiglia. Nella Legge quadro, così come nel decreto legislativo e nelle leggi regionali, sono sempre presenti numerosi richiami alla «primaria responsabilità educativa» delle famiglie (al plurale…).
Importante: le scuole del “Sistema 0-6”
non dipendono dal Ministero dell’istruzione, ma dagli Enti Locali e dalla Regione; gli Uffici Scolastici Regionali del MIUR hanno un ruolo marginale.
Sono gli enti locali, ad es. proprio il Comune di Casalecchio, che hanno il compito di definire «le modalità di coinvolgimento e partecipazione delle famiglie» (d.lgs. 65/2017 art 7/g) .
Sarà sempre il Sindaco di Casalecchio che dovrà monitorare e vigilare; così come dovrà scegliere gli “esperti” incaricati della sensibilissima funzione di “Coordinamento pedagogico”.
E’ proprio il caso di dire che nel “Sistema 0-6” i genitori sono “cornuti e mazziati”.

I genitori, come li intende la Regione Emilia-Romagna. Manca lo spazio per una sintesi della Legge Regionale 25/11/2016, n. 19, che pure contiene almeno 8 richiami al ruolo dei genitori e delle “famiglie” (sempre al plurale…).
Per capire di quale ruolo si parli, basterà qui riportare la risposta data dalla Regione a un’interrogazione relativa al “Festival per l’infanzia Uscire dal Guscio”: «In merito al coinvolgimento delle famiglie […] il compito fondamentale affidato ai genitori [è] di partecipare e contribuire, insieme alla scuola, al percorso educativo e formativo dei propri figli». La logica sembra quella di Makarenko, il maggior pedagogista sovietico: i genitori facciano ciò che la scuola decide.

 

 

E gli asili delle buone suorine? Le paritarie cattoliche, già oggi, devono subire un numero incredibile di imposizioni, controlli, psicologi e pedagoghi.
La “Buona scuola” manterrà almeno la situazione attuale?
Nonostante le speranze di alcuni inguaribili ottimisti, saranno sempre i Sindaci che «autorizzano, accreditano, vigilano […] applicando le relative sanzioni, i soggetti privati per l’istituzione e la gestione dei servizi educativi per l’infanzia»

La soluzione del ministro Fontana. Forse l’On. Fontana non sarà un esperto di normativa scolastica, ma sembra abbia intuito molto bene quale sia il modo per uscire da questa trappola pluridecennale: «lavorare per la libertà di educazione vera […] l’istruzione parentale o la cosiddetta home schooling».
Sì, è indispensabile far fare un passo indietro allo Stato e andare nella direzione della sussidiarietà, cosa molto diversa dall’attuale decentramento amministrativo.

E intanto come ci si difende? Nell’attesa che il Ministro della Famiglia trovi il modo per aprire la strada alla libertà di educazione è possibile solo un tipo di difesa: quella amministrativa.
Ogni genitore non può più ignorare la “Carta dei Servizi” dei nidi, assieme a un po’ di normativa comunale e regionale.
Deve poi cercare di fare gruppo, per evitare di venire intimidito e isolato (come probabilmente è accaduto a Casalecchio).
Infine, tenere rapporti con gli esponenti locali dei partiti, valutandone l’attenzione alla famiglia (al singolare!) e regolandosi di conseguenza al momento del voto.

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