La politica di genere, lì dove applicata, sembra non portare i frutti sperati.  E’ quanto emerge dai risultati di un sorprendente  documentario, “The Gender Equality Paradox”,  (L’ uguaglianza di genere è un paradosso) del regista norvegese Harald Eia. Il filmato, della durata di circa 40 minuti,   fa parte di una popolare serie di 7 episodi trasmessi nel 2010 dalla principale emittente televisiva  norvegese “NRK1  e ha dato vita ad un acceso dibattito che ha portato il governo norvegese ad abolire del tutto le sovvenzioni riservate alle associazioni impegnate nelle politiche di genere (nel 2012 erano stati stanziati ben 7,5 milioni di euro).

Il regista, parte da un dato di fatto reale mettendo in evidenza come, nel 2008, la Norvegia si trovava al primo posto nella speciale classifica del “The Global Gender Gap Report”, il rapporto internazionale introdotto nel 2006 dal “World Economic Forum”, che attesta il livello di rispetto delle differenze di genere in 134 paesi (anche oggi è ai primissimi posti assieme a Islanda, Finlandia e Svezia). Tuttavia, malgrado la conquista di tale “podio di genere”, Harald Eia osserva come, nei fatti, nella società norvegese non si trova alcun riscontro a  tale situazione di “uguaglianza dei sessi”. A riprova di ciò, il regista ricorda come secondo  uno studio recente «circa il 90% delle infermiere impiegate in Norvegia sono donne e solo il 10% delle donne svolgono il lavoro di ingegnere,  (..) è cosi dagli anni 80». Da qui il paradosso: nonostante la Norvegia sia all’avanguardia riguardo al rispetto e all’osservanza delle politiche di genere, i dati reali attestano che la divisione di genere nel mondo del lavoro norvegese è ancora molto forte. Il governo ha tentato per anni di assumere infermieri maschi e ingegneri femmine con risultati fallimentari. E tutto questo malgrado un’abbondanza di leggi sono volte a favorire l’uguaglianza di genere.

Questa constatazione ha spinto Harald Eia ad approfondire l’anomala questione andando ad intervistare studiosi e ricercatori nel campo degli studi di genere per trovare una spiegazione razionale di tale paradosso. La sua ricerca ha coinvolto esperti del settore sia nella stessa Norvegia che in altri paesi, in particolare Gran Bretagna e Stati Uniti. In Norvegia, il regista Eia ha incontrato, dunque, la studiosa Cathrine Egeland del “Work Research Institute” di Oslo e il ricercatore Joergen Lorenzten del “Centro di Ricerca Interdisciplinare di Genere” presso l’Università di Oslo. Entrambi gli studiosi sono concordi nell’escludere l’influenza di qualsiasi elemento biologico nel processo di formazione degli interessi differenti di maschi e femmine sottolineando, invece, l’importanza dell’educazione dei genitori nella fase adolescenziale. Sia la Egeland che Lorenzten affermano, dunque come la costruzione sociale del genere sia artificiosa e slegata da qualsiasi riferimento naturale. Il regista norvegese si è recato quindi in California a conoscere Richard Lippa, professore di psicologia, autore per la “BBC” di un vasto sondaggio on-line (200,000 persone coinvolte in 53 paesi) nel quale agli intervistati veniva chiesto quale lavoro erano interessati a svolgere. I risultati, ancora una volta, hanno fatto emergere una profonda ed interessante differenza rispetto ai maschi e le femmine. I primi sono perlopiù interessati a lavori nel settore tecnico-scientifico, mentre le seconde sono maggiormente orientate riguardo lavori relazionali. Gli studi del professor Lippa  confermano dunque, che vi sono delle differenze innate di natura biologica. Sulla stessa linea è il professore Trond Diseth, direttore del dipartimento di psichiatria infantile dell’Ospedale Nazionale di Oslo, che ha dedicato i suoi studi alle differenze di genere e, a tale proposito, ha sviluppato un suo particolare test centrato sul gioco. Il prof. Diseth, intervistato da Eia riguardo il suo esperimento spiega, «noi abbiamo stabilito 10 giochi differenti, 4 giochi per femmina, 4 per maschio e 2 cosiddetti “giochi neutrali”. (…) Si possono notare differenze nette tra bambini maschi e femmine dall’età di 9 mesi. I maschi scelgono giochi da maschio e le femmine giochi da femmina». Il docente di Oslo, a dispetto di chi afferma che i bambini subiscono fin da piccoli influenze sociali che li portano poi ad assumere comportamenti “sessuati”, sottolinea quindi come essi « nascono con una chiara disposizione biologica e anche se il fattore sociale può avere un impatto questo non è mai in alcun modo decisivo». Della medesima opinione è anche Simon Baron-Coehn, professore di psichiatria a Cambridge, esperto di autismo, il quale ha svolto alcuni innovativi esperimenti sui bambini in fase neonatale. Il professore racconta di aver messo sotto esame bambini dal primo anno di nascita mettendo in pratica una particolare sperimentazione: come racconta egli stesso nel documentario: «Abbiamo messo di fronte a loro un oggetto meccanico da un lato e una faccia dall’altra e abbiamo filmato come e per quanto tempo i bambini fissavano tali oggetti. Abbiamo notato che i maschi guardano di più l’oggetto meccanico mentre al contrario le femmine si rivolgono dall’altro lato». Tutto ciò, tiene a sottolineare il professor Baron-Coehn, «avviene prima dell’introduzione dei giochi o di qualsiasi elemento socio-culturale». Secondo il professore inglese, infatti, le differenze di genere prendono forma, addirittura, prima della nascita, all’interno dell’utero della madre, dove maschi e femmine producono differenti quantità di ormoni (i maschi, in particolare producono il doppio del testosterone delle femmine). Anche per lo studioso di Cambridge, l’elemento biologico svolge un ruolo determinante nello sviluppo puberale dei bambini.

Tornato in patria, dai suoi viaggi negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il regista ha sottoposto agli studiosi norvegesi Cathrine Egeland  e Joergen Lorenzten il materiale accumulato nelle sue interviste chiedendo loro se avessero cambiato opinione di fronte alle testimonianze da lui raccolte. Tuttavia, di fronte alle ragionevoli e scientifiche argomentazioni di Eia, la Egeland, in evidente imbarazzo, si è rifiutata, in maniera categorica di accettare teorie che mettono in discussione le sue ideologiche certezze e, di fronte alla legittima domanda del regista norvegese di esporre le basi scientifiche delle sue convinzioni, ha ammesso di non aver alcuna ragione scientifica ma solamente presupposti teorici. Analoga posizione è quella dell’altro ricercatore norvegese Joergen Lorenzten , che ha liquidato come “studi deboli” le ricerche di Baron-Coehn,  Lippa e Diseth. Alla richiesta di prove scientifiche a fondamento delle sue tesi anche Lorenzten deve ammettere che le sue sono solo delle semplici ipotesi, valide fino a ché  la scienza non sarà capace di provare il contrario. Ma poi è il primo a non accettare i risultati dei più accreditati studiosi.

Alla fine del documentario il regista Harald Eia si domanda in maniera retorica se gli studi svolti a Cambridge e negli Stati Uniti siano veramente cosi deboli e interessati unicamente a spiegazioni biologiche, come sostengono i ricercatori norvegesi. L’impressione che egli stesso ne ha ricavato è stata tutt’altra: nessuno degli studiosi inglesi e americani che ha incontrato ha affermato che tutto siada ricondurre alla biologia, mentre al contrario sono stati gli studiosi norvegesi, tranne   Trond Diseth, a negare a priori, in maniera preconcetta il ruolo della biologia.

“The Gender Equality Paradox”  è, dunque, un interessante e imparziale documentario che analizza in maniera onesta e senza pregiudizi ideologici, sulla base di dati reali e concreti, l’impatto sociale delle politiche di uguaglianza di genere arrivando a smascherare l’ipocrisia che si cela dietro le posizioni forzatamente ideologiche di alcuni studiosi del pensiero di genere. I risultati della ricerca documentaristica del regista Harald Eia costituiscono una rivincita del dato naturale. La realtà messa alla porta dagli ideologizzati teorici del gender rientra prepotentemente dalla finestra.

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