La mozione favorevole alla maternità del Comune di Verona ha suscitato un’ondata di emulazioni (1) – estesasi fino a Roma e Milano – delle quali è difficile persino tenere il conto: l’ultima il 13 marzo, del Comune di Trento (2).

Dal punto di vista del diritto amministrativo, la più accurata di queste iniziative sembra quella della Legge Regionale lombarda n° 23 del 1999 (3), che fa un riferimento minimale alla legge 194/1978 ed è all’origine del più recente “Bonus Famiglia 2019” (4).

Va subito detto che molte di queste mozioni e delibere, purtroppo non si propongono di abolire la legge abortista (l’ente locale non ne ha la competenza) e, anzi, in alcuni casi utilizzano l’infelice espressione “applicare la 194”. Tuttavia, nei fatti, tali iniziative vogliono «limitare i danni», producono effetti positivi «sul piano della cultura e della moralità pubblica» (EV 73) e vanno nella direzione opposta della 194/78.

Le sinistre hanno capito e reagito all’attacco indiretto alla legge abortista con manifestazioni, proteste e contro-mozioni, la più clamorosa delle quali – in quanto istituzionale – è quella Regione Emilia-Romagna che ritiene dover «proseguire il suo impegno per la difesa e l’attuazione della legge 194» (5).

Anche gli effetti culturali di tali iniziative sono stati immediatamente colti dalle associazioni di avvocati sinistrorsi –  che patrocinano abortisti, immigrati e lobby LGBT (6) – i quali stanno cercando di far annullare alcuni provvedimenti che chiedono l’obbligo di residenza di 5 o 10 anni, accusandoli di escludere gli stranieri ed essere, pertanto, incostituzionali. Purtroppo per loro, nel decreto relativo al “Reddito di cittadinanza” è presente il criterio dei 10 anni di residenza (di cui 2 continuativi) come requisito.

Tuttavia, c’è anche un altro aspetto – generalmente trascurato –  che impedisce un’autentica promozione della maternità: quello che toglie tutti i “bonus” a chi ha un normale reddito, cioè a tutte le famiglie italiane in cui qualcuno lavora.

Un esempio aiuterà a capire: il Comune di Ravenna ha erogato dal 2001 un assegno mensile di ca. 1.000 euro alle donne incinte con un reddito inferiore ai 9.200 euro lordi. Nel maggio 2017 tale assegno è stato sospeso perché, spiega l’Assessore ai Servizi Sociali, «è stato attivato dallo Stato il cosiddetto “Premio alla nascita”, contributo di 800 euro erogato dall’Inps in un’unica soluzione, che può essere chiesto dalla madre a partire dal compimento del settimo mese di gravidanza e a prescindere dal reddito» (7).

Da questo “caso” si ricava che:

i Comuni possono decidere incentivi economici in autonomia, precedendo l’azione dello Stato;
– le amministrazioni comunali abortiste spesso stabiliscono limiti di reddito assurdi;
– si può stabilire un reddito per ottenere il beneficio, ma si può anche prescinderne (8).

La presenza o meno dei limiti di reddito è un tema decisivo, stando a quanto spiega chi opera da decenni per salvare vite: «Le centinaia di mamme che ho incontrato in questi anni non erano contente della scelta di abortire, chi l’ha scelto l’ha fatto perché le difficoltà per continuare la gravidanza erano così grandi da sembrare insormontabili» (9).

L’istituzione delle fasce di reddito ISEE (Dpcm 159/2013) ha, di fatto, limitato le numerosissime «prestazioni sociali agevolate» statali (10) ai disoccupati, extracomunitari in primis: una scelta del Governo Letta sicuramente non casuale.

Dunque, una politica che voglia davvero favorire la maternità o anche solo impegnarsi nella lotta al minimalista “inverno demografico” dovrà cercare il massimo bene oggi possibile, ossia ignorare le fasce ISEE e prevedere un cospicuo periodo di residenza dei potenziali beneficiari.
Alle imminenti elezioni del 26 maggio molti Comuni cambieranno amministratori e, quindi, potranno limitare il numero di aborti e diffondere una mentalità favorevole alla vita: la più grande immoralità sarà non fare il possibile.

David Botti

NOTE

1) Cfr. http://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=66947

2) Cfr. http://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/in-comune-mozione-anti-aborto-della-lega-1.1941240

3) Cfr. http://www.handylex.org/regioni/lombardia/norme/r061299.shtml

4) Cfr. http://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/DettaglioBando/servizi-e-informazioni/cittadini/persone-casa-famiglia/famiglia-e-minori/bonus-famiglia

5) Cfr. https://cronacabianca.eu/comunicato/sanita-aborto-assemblea-respinge-atto-tagliaferri-fdi-a-sostegno-delle-associazioni-cattoliche-foto/

6) Si veda ad esempio l’opera di “Avvocati per Niente” (spesso collegati alla Diocesi ambrosiana) contro la Regione Lombardia (Cfr. https://www.open.online/cronaca/2019/02/27/news/bonus_bebe_lombardia_sentenza_corte_appello-158917/ ) oppure gli “Avvocato di strada” (Cfr. http://www.torinotoday.it/video/avvocato-strada-assistenza-legale-senzatetto.html ), il cui Presidente è consigliere regionale del Partito Democratico e patrocinante di moltissime cause a favore della galassia LGBT. 

7) Cfr. http://www.ravennatoday.it/cronaca/un-assegno-di-gravidanza-per-le-mamme-bisognose-presentata-la-petizione.html 

8) Cfr. https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=50895

9) Andrea Mazzi, Indesiderate, Editore Sempre 2017, p. 27

10) A mo’ di esempio si veda lo straordinario impegno profuso dal Comune di Bologna: http://www.comune.bologna.it/sportellosociale/servizi/2571