E’ di pochi giorni fa la notizia che la Corte Costituzionale tedesca, con una decisione presa a maggioranza di 7 giudici contro 1 – nonostante il parere contrario di alcune associazioni cattoliche –  ha stabilito che le persone “intersessuali” potranno registrarsi all’anagrafe con come maschio o femmina, ma come terzo sesso (o meglio, terzo genere). Secondo i giudici: «L’assegnazione a un sesso è di primaria importanza per l’identità individuale; tipicamente, gioca un ruolo-chiave sia nell’immagine che una persona ha di se stessa sia nel modo in cui la persona interessata è percepita dagli altri. L’identità sessuale di quelle persone che non sono né maschi né femmine è protetta».

Il Parlamento tedesco è ora obbligato a dare efficacia a tale decisione, approvando entro il 2018 una legge che consenta appunto agli intersessuali  di iscriversi all’anagrafe come tali, e se ciò avverrà, come probabile, la Germania sarà il primo paese europeo a compiere questo passo.

Degno di nota è un passaggio della sentenza in cui la Corte ha suggerito che la nuova legge potrebbe introdurre, per la registrazione del sesso, i concetti di «intersessuale» oppure di «vario» oppure di un’altra definizione «positiva». Ma ha aggiunto detto che la casella “genere” potrebbe essere abolita per tutti i cittadini tedeschi.

La categoria degli intersessuali è tuttora fortemente controversa nella letteratura scientifica. In generale, possiamo dire che abbraccia quelle persone i cui cromosomi sessuali, i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non sono definibili come esclusivamente maschili o femminili. Questi individui possono presentare caratteristiche anatomo-fisiologiche di ambo i sessi, e secondo i calcoli dell’ONU ammontano ad una percentuale tra lo 0,05 e l’1,7% della popolazione mondiale. Si tratta comunque di una realtà ancora poco esplorata e di difficile, per non dire incerta, definizione. Comprende gli ermafroditi, che sono il gruppo di gran lunga più rappresentativo della categoria, e tutta una serie di persone affette da disturbi ormonali, endocrini, nutrizionali e metabolici, oppure da malformazioni congenite e alterazioni cromosomiche, per le quali però sembra arduo asserire che non appartengano ad uno dei due sessi.

Detto ciò, non è compito nostro addentrarci oltre in una disamina scientifica della fattispecie; del resto, ripetiamo, dai contorni scivolosi e dibattuti. Quel che appare sconcertante, nella decisione della Corte di Karlruhe, è la facilità con la quale persone affette da malformazioni congenite o altri disturbi vengano strumentalizzate per arrivare al vero obiettivo, che non è certo quello di riconoscere loro l’effimera soddisfazione, se così si può chiamare, di essere iscritte all’anagrafe come terzo sesso (o genere), ma piuttosto, ed i giudici l’hanno detto chiaramente, la cancellazione dai documenti pubblici della distinzione tra uomini e donne.

Diventa sempre più chiaro che si vuole arrivare all’abolizione delle categorie di maschile e femminile, considerate non come un inledubile dato naturale ma come un feticcio culturale del passato dal quale occorre liberarsi il prima possibile, per entrare finalmente in una nuova era in cui l’arbitrio umano la farà da padrone senza più limiti. E nel processo in corso la magistratura, non solo quella italiana, come si vede, gioca un ruolo di primo piano.