Il 26 maggio scorso si è conclusa la seconda edizione di “Uscire dal guscio”, il Festival di letteratura gender per educare alle differenze l’adolescenza e l’infanzia. Sì, avete letto bene: anche i bambini.

Già nel 2017, la presentazione della sua prima edizione dichiarava apertamente di voler diffondere l’ideologia gender con l’ormai noto linguaggio fumoso che tuttavia inganna sempre meno persone:
«Offrire letture e immaginari divergenti rispetto alle proposte editoriali più consuete, favorire la diffusione e la conoscenza di storie e mondi plurali e molteplici con particolare attenzione alle diversità, al superamento degli stereotipi di genere e di quelle visioni univoche e schiaccianti veicolate dai mezzi di comunicazione di massa, dai social media e dai prodotti dell’industria culturale legati all’infanzia che, nel complesso, ostacolano la piena affermazione dei diritti delle bambine e dei bambini a una libera e consapevole costruzione delle proprie identità».
Alle proteste – del Consigliere civico Marta Evangelisti – la delegata di Città Metropolitana di Bologna (a guida Partito Democratico) aveva clamorosamente risposto «Tali contenuti sono totalmente condivisibili, per cui la città Metropolitana ha ritenuto di concedere il patrocinio all’iniziativa».

Con l’arroganza tipica di ogni totalitarismo, quest’anno il Festival è stato riproposto con gli stessi contenuti e finalità negli stessi Comuni a Nord di Bologna: Argelato, Castel Maggiore, Pieve di Cento e San Pietro in Casale.

Di nuovo, la battagliera consigliere Evangelisti ha interrogato il Sindaco Metropolitano (che è Virginio Merola, sindaco di Bologna) facendo notare che in alcuni siti collegati al Festival sono presenti «contenuti sessualmente espliciti, quali tra gli altri: pratiche sessuali, sextoys, sexishock»; e che il Festival «potrebbe pertanto tradursi nell’ennesimo tentativo di introdurre nelle scuole, per vie indirette, la teoria del gender; la caratteristica di questi eventi sembra essere quella di accostare ad argomenti condivisibili […] altri argomenti di carattere molto più “ideologico” come per esempio la “fluidità di genere” che vorrebbe mettere in discussione l’identità sessuale maschile e femminile». L’interrogazione si estende a chiedere di verificare la correttezza delle procedure seguite dalle scuole coinvolte, nei siti delle quali tale Festival non sarebbe menzionato, così come sembra assente ogni doverosa informativa ai genitori.

Un’interrogazione è stata rivolta anche al Sindaco di Castel Maggiore dal consigliere comunale civico Christian Bonvicini, che chiede «Per quale motivo la scelta del Comune è stata quella di indirizzare l’attenzione sulle implicanze legate all’identità di genere e non piuttosto una iniziativa sulle implicanze legate all’educazione familiare: uomo-donna-figli».

Altra interrogazione per il Sindaco di San Pietro in Casale a firma del consigliere comunale civico Mattia Polazzi, che attira l’attenzione sul libro “A me piace Spiderman …e allora?” che il Festival ha così presentato nella sua cittadina: «modificare l’immaginario sul femminile e il maschile e rinnovare l’immagine della tradizionale divisione dei ruoli, annullare le differenze naturali tra uomo e donna già nei bambini, volendo creare una nuova generazione giornalisticamente chiamata “unisex”». A fronte di ciò, Polazzi chiede intelligentemente «il ritiro della concessione dell’uso della biblioteca comunale M. Luzi e Parco Casa Frabboni per l’evento in oggetto».

Tutte e tre le interrogazioni domandano conto dell’uso del denaro dei contribuenti (lo scorso anno quasi 7.000€, ma senza contare il costo figurativo di sale, teatri, personale delle amministrazioni comunali, ecc.) e chiedono di verificare la correttezza delle procedure di assegnazione previste.

L’indignazione da parte dei territori fa prevedere che ci saranno altre interrogazioni.

In attesa di queste, e di risposte più oneste da parte dei Sindaci, è intervenuto anche il neodeputato On. Bignami: «di fatto viviamo in una società – e soprattutto in una Regione – che sta tentando di monopolizzare anche l’educazione sessuale dei nostri figli insinuando il messaggio che l’essere uomo o donna sia una scelta culturale da orientare fin dai primi anni di vita. Noi ci batteremo sempre contro tale monopolizzazione».