Lawrence S. Mayer è docente di statistica e biostatistica presso l’Università dell’Arizona. Paul R. McHugh è professore di psichiatria e scienze comportamentali alla Johns Hopkins University School of Medicine. Insieme hanno vergato un articolo scientifico pubblicato sull’ultimo numero di The New Atlantis dal titolo “Sessualità e genere. Risultati di carattere biologico, psicologico e sociale”.

Gli autori, dopo accurata revisione di differenti studi, dichiarano che “le prove scientifiche non supportano la tesi che l’orientamento sessuale è una proprietà innata e biologicamente fissata nell’essere umano (l’idea che gli individui sono ‘nati così’)”. In merito alla cosiddetta identità di genere la musica non cambia: “gli studi scientifici non supportano l’ipotesi che l’identità di genere sia una proprietà innata e umana fissa e indipendente dal sesso biologico, cioè che una persona è ‘un uomo intrappolato nel corpo di una donna’ o ‘una donna è intrappolata nel corpo di un uomo’, come se ci fosse un errore nel suo corpo e nei suoi genitali”.

Nè ci sarebbero cause neurobiologiche alla base del transessualismo. Le cause dovrebbero essere rinvenute non tanto nella genetica bensì nei fattori ambientali. Ad esempio il duo Mayer-McHugh fa sapere che le persone omosessuali hanno subito violenze sessuali con una frequenza doppia o tripla rispetto alle persone eterosessuali.

Riguardo poi all’asserita immutabilità dell’orientamento sessuale l’articolo tiene a precisare che l’80% dei maschi adolescenti che accusa un orientamento omosessuale lo abbandona nell’età adulta. Lo stesso dicasi per le disforie di genere anche manifestate in età infantile: dopo poco tempo queste scompaiono.

Un’altra sezione dell’articolo riguarda la salute mentale delle persone omosessuali e di quelle transessuali. “I membri della popolazione non-eterosessuale – si legge nello studio – sono 1,5 volte più a rischio di disturbi d’ansia rispetto ai membri della popolazione eterosessuale, così come hanno circa il doppio di rischio di depressione: è poi 1,5 volte più alto il rischio di abuso di sostanze e quasi 2,5 volte più alto rischio di suicidio”. In merito a quest’ultimo aspetto i transgender corrono il rischio di suicidarsi con un tasso del 41%, quando la media nella popolazione americana è meno del 5%. Gli autori tengono a precisare che questi numeri non tendono comunque a diminuire in quegli ambienti fortemente inclusivi. Tanto per ricordare che la cosiddetta “omofobia interiorizzata” pare spesso solo una scusa.

L’articolo ha fatto imbufalire molti. Non c’è da stupirsi. Tanto più che entrambi gli autori, seppur in modo diverso, provengono dalla Johns Hopkins University, l’università che ha dato i natali accademici al dott. John Money, pioniere delle ricerche sulla cosiddetta “identità di genere”, neologismo da lui stesso inventato per sdoganare la transessualità e l’omosessualità. E così 670 persone hanno firmato una petizione per chiedere al dipartimento di medicina della Johns Hopkins di sconfessare l’articolo. Tra i firmatari abbiamo 264 ex alunni, 200 studenti, 30 docenti, e 100 altre persone tra impiegati e collaboratori dell’università.

E mentre Mayer e McHugh mettono a repentaglio la loro carriera ribadendo ciò che molti studi scientifici ormai da tempo asseriscono, cioè che l’omosessualità e la transessualità non sono congenite e che queste persone hanno seri problemi di salute, ecco che, dall’altra parte dell’Oceano, il canale televisivo inglese BBC regala posti di lavoro ai gay, imponendo quote LGBT nei propri programmi e nel suo organico.

Charlotte Moore, direttrice per i contenuti della BBC, ha dichiarato: “Il futuro della BBC dipende dal rimanere rilevanti per tutti i nostri contribuenti  e dal riflettere la moderna Gran Bretagna in modo autentico. Il pubblico rimarrà sintonizzato se percepisce che le loro vite e le loro aspirazioni vengono riflesse in Tv”. Detto fatto. Entro il 2020 la BBC si è impegnata a raggiungere una quota minima sindacale di gay e trans sia tra coloro che stanno davanti alla telecamera sia tra chi sta dietro. Parimenti per altre categorie ritenute “socialmente fragili” quali le minoranze etniche, i disabili e le donne (50% di presenza minima). In merito alle persone omosessuali, ci troviamo di fronte sicuramente ad una sovra-rappresentanza, dato che le persone omosessuali sono circa l’1-2% della popolazione. Quindi al bando il principio meritocratico: meglio un omosessuale inetto che un bravo etero ma fuori quota.

Altro che quote latte o quote rosa, queste sono quote arcobaleno volute addirittura dal governo inglese, il quale ha tirato le orecchie ai vertici della BBC: 8% è poco, dobbiamo arrivare al 10% altrimenti scattano sanzioni pecuniarie. Manco si parlasse del PIL. John Whittingdale, segretario di Stato per la cultura, ha infatti dichiarato che l’emittente dovrà arrivare “entro il 2020 al 15% dei ruoli di leadership per le minoranze etniche, al 10% per gli LGBT e all’8% per i disabili”. Non solo la sicurezza del posto fisso, ma pure di livello dirigenziale.

Insomma se sei gay hai una marcia in più nel mondo del lavoro e se non lo sei magari ti viene pure la tentazione di cambiar “parrocchia”, spernacchiando il mostro della disoccupazione che ormai sbranerà solo maschi bianchi, eterosessuali e con famiglia naturale a carico. Se poi sei nera, lesbica e con una certa percentuale di invalidità stai pur certa che un posto alla BBC non te lo potrà negare nessuno.

La quota minima di omosessualità ricorda tanto le percentuali minime che troviamo indicate nei prodotti alimentari. Ad esempio per dirsi aranciata un liquido zuccheroso deve avere almeno il 12% di arance. E così per dirsi democratica ed inclusiva una società, un’azienda e forse un giorno anche un’intera nazione dovranno avere almeno un decimo di omosessuali al loro interno. Al di sotto si fa discriminazione. (di Tommaso Scandroglio)