Ad un anno esatto dalla loro approvazione in Parlamento, le unioni civili sono un enorme flop. A riportare l’epic fail del dibattutissimo ddl Cirinnà questa volta è una voce, al di sopra di ogni sospetto, l’inchiesta domenicale de La Repubblica che, anticipando i numeri che verranno ufficializzati nei prossimi giorni, ha amaramente titolato “La frenata delle unioni civli. Solo 2803 Sì ad un anno dalla legge, niente corsa alle nozze gay, flop al Sud“.

Dal sì definitivo della Camera dell’11 maggio 2016, in tutta Italia si sono infatti registrate l’irrisoria cifra di 2.802 unioni, 2.433 al 31 dicembre 2016 e appena 369 tra gennaio e fine marzo 2017.

LE STATISTICHE

Le 2.802 unioni, come riporta il quotidiano diretto da Eugenio Scalfari, sono distribuite in maniera differente da Nord a Sud, con numeri che vanno via via scemando man mano che si scende lungo la nostra penisola:

“1.417 unioni civili in Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino, Friuli, Veneto e Liguria. I numeri calano al centro: sono 1.093 le unioni celebrate in Emilia e in Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio. Poi ecco il crollo scendendo verso il Sud. Solo 292 unioni sono state celebrate in Molise, Puglia, Basilicata, Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna. E, a scorrere le tabelle, colpisce il fatto che in Molise ci sia stata una sola unione. Che ve ne siano state soltanto due in Basilicata, una a Potenza e una a Matera. Che in Calabria si arrivi solo a otto. Le Regioni del Sud che tengono in alto i numeri sono solo la Campania con 105 unioni e la Sicilia con 75. Ma va detto che anche in Valle D’Aosta le unioni sono state solo sei”. 

Tra le città, Milano con le sue 354 unioni, si aggiudica il primato,

“Segue Roma con 331. Torino con 174. Firenze con 123. Bologna con 98, Genova con 85, Napoli con 69, per precipitare a Palermo con 36 e a Bari con 25. La Lombardia è la regione con il maggior numero di unioni, ben 669, seguita dal Lazio con 376 e dalla Toscana con 293”.

L’altro dato significativo sottolineato da La Repubblica è la brusca frenata avuta dalla legge dopo il fisiologico “boom” iniziale registratosi all’indomani dell’approvazione del decreto. Nei primi cinque mesi, da agosto a dicembre 2016, si è fatto il prevedibile “pieno” con le immediate richieste di coloro che erano in attesa da tempo ma poi, nei successivi primi tre mesi del 2017, gli unici finora disponibili, si è avuto un drastico calo con solo 369 unioni da gennaio a marzo 2017.

LE REAZIONI AL “FUOCO AMICO”

Il “fuoco amico” sulla tanto sudata conquista delle unioni civili ha fatto infuriare l’associazionismo gay e, in particolare, due principali artefici della legge: il padrino Matteo Renzi e la madrina Monica Cirinnà.

L’ex premier ha difeso “a spada tratta” uno dei pochi risultati concreti del suo governo, scrivendo in un tweet:

“Unioni civili, siamo orgogliosi di quella legge imposta con la fiducia. Flop? I diritti non si contano, si difendono, si impongono, si affermano. Non importa che siano 2 persone o 5000, sono due persone che si amano di fronte alla comunità. Si contano i voti, non i diritti”.

La prima firmataria della legge, Monica Cirinnà, ha invece scelto Facebook per commentare duramente l’inchiesta de La Repubblica:

“Leggo con stupore che un importante quotidiano ha affermato che 2800 unioni civili in Italia sarebbero un flop. Se fosse vero il numero – e lo verificheremo nei prossimi giorni con i dati ufficiali – credo che, invece, sia un fatto straordinario. Per almeno due motivi. Innanzitutto è il segno che in un Paese nel quale i casi di omofobia non sono affatto isolati, ci sono migliaia di persone che hanno avuto il coraggio di compiere un atto aperto, alla luce del sole, per riaffermare di essere cittadini con pieni diritti. In secondo luogo, si tratterebbe comunque di cifre che sarebbero in linea con i dati di tutti gli altri grandi Paesi europei. La verità è che il nostro Paese, fino un anno fa, non riconosceva alcun diritto alle coppie dello stesso sesso e, quindi, le unioni civili erano pari a 0, se ad oggi ne sono state celebrate qualche migliaio come si fa a parlare di frenata? Rispetto a cosa? Allo zero? Finalmente, tante famiglie hanno potuto veder riconosciuti i propri diritti e la propria felicità e questo è un enorme passo avanti di civiltà. Un risultato che ci ha riallineato con l’Ue”.

Per Marilena Grassadonia, presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, gli impietosi numeri diffusi da La Repubblica sono invece l’occasione per rilanciare sulla «stepchild adoption», ossia l’adozione del figlio, naturale o adottivo, del partner, stralciata all’ultimo momento per “opportunità politica” dal provvedimento dell’11 maggio 2016:

«In questi mesi le persone si sono unite per senso di responsabilità ma è una ferita che brucerà finché non si riuscirà a conquistare il diritto dei figli di essere riconosciuti dal genitore non biologico che non ha nulla di diverso dal legame che si crea con il padre. È un diritto che stanno riconoscendo i giudici di tutt’Italia. Finora ci sono state 8 sentenze positive e 2 negative. E ce ne sono decine che aspettano giudizio. Non è giusto che si crei un’ulteriore discriminazione. Chiediamo che la politica si assuma le sue responsabilità e legiferi in modo finalmente chiaro». 

FOTOGRAFIA IMPIETOSA

L’inequivocabile fallimento delle unioni civili sarà dunque ora utilizzato dalle lobby LGBT+ per spiegare che la causa di tale flop è da imputare alla legge, ancora troppo “restrittiva”, e che dunque, per raggiungere i risultati auspicati, è necessario allargare i diritti anche alle adozioni.

La realtà ovviamente è un’altra. La fotografia impietosa de La Repubblica, ad un anno di distanza dall’adozione del ddl Cirinnà, mette a nudo il carattere puramente ideologico di tale decreto la cui unica finalità è quella di “normalizzare” le unioni tra persone dello stesso sesso. Due sono gli elementi, già noti, che tali statistiche accertano e confermano: primo, le persone gay o lesbiche sono un numero insignificante della popolazione italiana e, secondo, per di più, questi non sono in alcun modo interessati ad unirsi tra loro in maniera “istituzionale”.

Il vero obiettivo, raggiunto, della legge è stato quello di avviare nel nostro paese, attraverso la legittimazione istituzionale, un profondo processo di rieducazione sociale ad ogni tipo di “amore” secondo i dettami del gender diktat globale.

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