Una lobby quantitativamente irrilevante. A Imola 150 partecipanti – «insieme alla “vecchia guardia” di Rifondazione comunista e Potere al Popolo» – su oltre 60.000 abitanti. A Bologna 527 donatori abitanti (ma quest’anno non si specifica di che città sono) su oltre 430.000.
I sostenitori di Rimini si vedranno dopo il 28/7, ma – oltre alla consueta “migrazione” da altre città – occorrerà tener conto dell’attrattiva costituita dalle numerose strutture ricettive e di divertimento (cioè orge gay) del periodo estivo.
Questi sono i primi dati da sottoporre ai partiti e ai vescovi quando si parla di gay pride: non c’è pertanto alcuna «significativa porzione del popolo di Dio», come ha di recente detto un vescovo.

Lo scopo NON è tutelare diritti. Il secondo tema da evidenziare è quello della «rivendicazione di legittimi diritti delle persone omosessuali», come ha sostenuto un altro vescovo.
Un gay pride NON ha lo scopo di tutelare i diritti (che peraltro hanno già, e sono meglio difesi di quelli della famiglia), ma di imporre la propria visione del mondo alla società.
Solo così si spiegano i contenuti violenti del volantino diffuso a Imola, dove si sostiene che «Lega, Forza Nuova […] non devono avere spazio perché con i loro discorsi razzisti e maschilisti legittimano violenza psicologica, pestaggi che spesso portano all’omicidio e al femminicidio».
Questi contenuti non sono casuali, ma sono frutto di un Progetto politico pubblico, aggiornato ogni anno e dai toni violentissimi, nel quale si può leggere ad esempio che «le lotte devono riuscire […] a ottenere un autentico e potente cambiamento dell’esistente» poiché «rivendicano il desiderio come dimensione non accessoria e motore di trasformazione sociale».

Il vero scopo di ogni gay pride. Dunque, credere alla favola della “tutela di diritti” significa in concreto «promuovere un’idea di genitorialità che non sia soltanto riconducibile a un modello egemonico ma che raccolga la sfida di decostruirlo». Pertanto, occorre capire la prospettiva del movimento, per la quale «l’autodeterminazione è il cuore delle nostre lotte» (cfr. “Progetto politico”, cit.).
Sembra invece che le autorità sociali (vescovi e partiti) non abbiano studiato la natura e lo scopo dei gay pride, favorendone con ciò l’azione (nella legislazione, nella scuola e in vari altri ambiti della vita di tutti) intesa a «cambiare le strutture di potere», come si ricava dalla “Piattaforma rivendicativa” allegata al Documento Politico 2018.

Le posizioni dei partiti. Su queste pagine erano state fornite indicazioni sul come si contrasta un gay pride: vediamo come è andata e dove sono state applicate.
A Bologna nessuno dei 55 Comuni ha dato il patrocinio e l’opposizione dei partiti è culminata con la scherzosa donazione al Sindaco (Partito Democratico), da parte di Forza Nuova, di una guêpière e scarpe con tacco a spillo.
A Imola Lega e Forza Italia hanno condannato sia l’iniziativa che i toni violenti con cui è stata proposta. La nuova amministrazione 5stelle, invece, ha quasi appoggiato il pride.
A Rimini, invece, è stata una debacle: il patrocinio al pride è arrivato dalla Regione e da tutti i capoluoghi della Romagna a guida PD o 5 Stelle: Rimini (con gli importanti comuni di Cesenatico e Cervia), Ravenna e forse Cesena. La mancata condanna da parte dei partiti del centro-destra (da verificare nelle prossime ore) è probabilmente dovuta alla presenza – in tutti i tre capoluoghi – di una sezione del Comitato di Gandolfini, la cui opera (legata ovunque a un qualche partito) è ormai controproducente.

La risposta ecclesiale. A Imola la presenza di un vescovo dalle idee chiare ha evitato ogni confusione ai cattolici: probabilmente è per la stessa ragione che quest’anno non si è svolto alcun gay pride a Reggio Emilia.
A Bologna si è svolta una partecipata “adorazione riparatrice”, mentre la Curia ha successivamente preso una posizione di “lieve condanna” relativa a fatti conseguenti.
Il vescovo di Rimini, all’oscuro dello scopo dei gay pride, ha tenuto una posizione definita dalla stampa come cerchiobottista, lasciando spazio alla “chiesa di Lefebvre” (Comitato Beata Scopelli) e facendo così sembrare irrilevanti i cattolici.

L’aiuto dei partiti ai cattolici. Non è un caso se il gay pride ha trovato opposizione in Emilia, mentre in Romagna ha raccolto consensi: i risultati delle elezioni del 4 marzo 2018 mostrano una correlazione tra la presenza di cattolici fedeli ai valori non negoziabili e i partiti del centro-destra.
Occorre dunque ricostruire una presenza autenticamente cattolica intransigente sui “valori non negoziabili”, che sfruttando la libertà d’azione del laicato riesca a orientare il consenso e così incidere sulla vita civile.
La prossima battaglia è nell’Assemblea legislativa regionale, dove i 5 Stelle hanno chiesto e ottenuto di patrocinare ogni futuro gay pride.

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