Il fumo di Satana è entrato nella Chiesa“. Con questa famosa e celebre frase un giorno Papa Paolo VI rese pubblico il suo timore, timore dovuto alla presa di coscienza rispetto a qualcosa che stava veramente cambiando all’interno della Chiesa. Purtroppo però, questo flebile timore rimase tale e non solo, dal momento che l’operato di Papa Montini fu quello di continuare il ricamo modernista cucito all’interno della Sacra Sposa dal suo predecessore. Come tutti sappiamo infatti, Paolo VI fu il papa della Riforma Liturgica, che aboliva per altro totalmente e definitivamente le preci leonine, fra cui la preghiera a San Michele Arcangelo scritta da Leone XIII in seguito alla visione catastrofica avuta durante la Santa Messa, dove veniva ritratto il futuro tetro della Chiesa verso cui Satana, con le sue schiere, si scagliava veracemente in questo ultimo, totalmente slegato dalle catene.

I frutti di questo cambiamento epocale sono oggi quanto mai evidenti, tant’è che questo cappello appena fatto a quanto sarà invece il fulcro del nostro argomento, ha ragione di essere per meglio comprendere tutti i problemi che ne conseguono.

Il dialogo, l’apertura, la pastorale promossi dalla mentalità modernista arroccatasi sulle muraglie della bimillenaria Chiesa hanno preso oggi il sopravvento, scardinando tutto ciò che si sono trovati davanti, nel nome della libera interpretazione, del Vangelo ad personam, e della neo-chiesa dell’uomo, dimentico di Dio e dei Suoi Diritti inviolabili ed ineluttabili.
I paladini dell’apertura governano ora dagli amboni delle parrocchie, sostituendosi ai preti, o ancora peggio avendo l’imprimatur di essi per predicare liberamente tutto ciò che è contrario alla Dottrina cattolica, al Magistero infallibile.

Un caso che cade a pennello per spiegare quanto sosteniamo proviene dalla città di Reggio-Emilia, città in cui – come è noto – il colore rosso batte le fila da molto tempo, impregnando la mentalità comune di tutti i peggiori “ismi” che possano esistere: “comunismo”, “buonismo”, “femminismo” e, in ultimo ma non per importanza ( anzi ), “omosessualismo”.

Sull’ultimo mensile parrocchiale “Insieme”, a cura dell’Unità Pastorale di Santa Maria degli Angeli in Reggio-Emilia che contiene al suo interno ben cinque, è stato pubblicato un articolo a firma di Giovanni Dazzi, dall’eloquente titolo “In parrocchia a Reggio vogliamo pregare insieme nella ‘diversità’ “.

Da notare è che l’articolo in questione è stato rilanciato anche da alcuni portali LGBT che trattano di Fede e omosessualità; ma prima di passare ai contenuti di esso apriamo una brevissima parentesi sull’autore di esso, tale Giovanni Dazzi.

Giovanni Dazzi, reggiano, è un infermiere ma è pure un insegnate di religione, e ha insegnato qualche anno all’Istituto Superiore Bus Pascal di R.E.; pubblicamente favorevole all’omosessualità e a tutto ciò che ne consegue. Sul suo profilo Facebook ( e proprio per questo ci sentiamo di affermare che non diciamo nulla di segreto od indicibile ) manifesta tranquillamente il suo appoggio alle c.d. “unioni civili”, criticando aspramente la visione che la Chiesa “dottrinale” ha di esse, servendosi poi di pensatori e presbiteri scomunicati, o comunque assolutamente lontani dall’insegnamento della Chiesa.

Fortunatamente ci risulta che quest’anno non abbia più ore di religione nelle scuola, ma questo pare essere dovuto ad una scelta personale e non invece ad una sorta di “sospensione” da parte degli alti vertici diocesani, che probabilmente non erano nemmeno a conoscenza di queste cose, come a volte purtroppo è normale che sia visto gli scarsi controlli e il sempre maggiore disinteresse.

Se non altro questa rinuncia diventa positiva, giacché si evita che il pensiero totalmente anti-cattolico di questa persona contagi le giovani generazioni, ahinoi già pregne del fermento liberalista e relativista che viene edulcorato già dalla più tenera età, specie all’interno del falsato sistemata scolastico.

Ma di cosa parla veramente questo articolo pubblicato nel mensile parrocchiale? Ebbene, non fa altro che spiegare le intenzioni di questo gruppo di persone che, accompagnate dal parroco don Paolo Cugini – responsabile dell’Unità Pastorale intera -, si interrogano sull’ “omosessualità  cristiana”, proprio come spiega Dazzi all’inizio del suo scritto:

“Siamo un gruppo di persone interessate al tema “fede e omosessualità” che vorrebbero camminare insieme per interrogarsi, accogliersi vicendevolmente, aiutarsi e partecipare alla vita dell’unità pastorale in modo autentico, senza nascondimenti.”

Il motivo che spingerebbe l’infermiere e insegnante reggiano a voler “dialogare” di questa tematica tanto in auge, convoglierebbe nella necessità di contrastare le “pesanti discriminazioni” subite da persone LGBT, ed avvenute “da parte della società civile e delle chiese, che hanno portato in molti casi a conseguenze estreme, come il suicidio“.

Sarebbe dunque tutta colpa della società e “delle chiese” ( sarebbe interessante capire a cosa si riferisca il nostro con questo appellativo plurale ) se delle persone con uno stile di vita omosessuale non hanno resistito al folle tentativo di togliersi la vita, non invece ad un pensiero collettivo che incentiva la normalità di un problema che normale non è, invece che, tuttalpiù, affrontarlo con i giusti mezzi e un pizzico di onestà intellettuale.

L’articolista prosegue poi elencando ancora una volta i danni che una Chiesa “troppo rigida” avrebbe recato alle persone omosessuali, non accogliendole nella cosiddetta vita comunitaria solo perché, poverine, vivevano in un gravissimo stato di peccato mortale. Tuttavia affermare questo appare ora quanto mai obsoleto dal momento che – parola di Dazzi ( e non solo ) – Papa Francesco ha dato enormi segnali di apertura:

“Molte persone omosessuali e transessuali credenti hanno lasciato la Chiesa perché non si sono sentiti accolti, e in questo momento di grazia e di rinnovamento che stiamo vivendo grazie a Papa Francesco che, nello spirito autenticamente evangelico e conciliare esorta i cristiani ad aprirsi alle periferie geografiche ed esistenziali, per costruire una Chiesa sempre più inclusiva, vorremmo realizzare, insieme a don Paolo, uno spazio dove non si senta il desiderio di nascondersi ma dove si possa respirare, sentirsi in famiglia, essere autenticamente sè stessi.

Tutti noi, non soltanto le persone LGBT, o i loro famigliari – prosegue Giovanni Dazzi – necessitiamo di un percorso di accettazione di sé e di liberazione, per cui vorremmo che il gruppo fosse aperto a tutti gli interessati a queste tematiche.”

La dialettica in voga batte ormai sempre lo stesso colpo, e affonda le radici principalmente nell’appoggio che viene dato dall’acronimo di “Chiesa in uscita” voluta fortemente da Bergoglio stesso; diventa dunque quanto mai difficile replicare a costoro i quali, infischiandosene del Magistero e facendo assoluto riferimento alle varie dichiarazioni pronunciate su viaggi in aereo od altro, hanno trovato terreno più che mai fertile per coltivare i propri germi immorali, costituitosi su di un ancestrale bisogno di rinnovamento capace di accogliere tutto e tutti.

La ciliegina sulla torta dell’articolo viene posta quando si parla a sproposito e in modo assolutamente strumentalizzato di Gesù, cosa che – si capisce – è quanto mai grave. Il Dazzi dice infatti che

“Gesù, nel Vangelo, non pronuncia mai una sola parola di condanna nei confronti delle persone omosessuali. Avere questa caratteristica, o avere un figlio con questa caratteristica, non è una disgrazia, ma, pur con le fatiche iniziali che può comportare, diventa una grazia, che porta a fare un cammino di accettazione, di uscita, di riconciliazione e di accoglienza verso tutti.”

Sarebbe interessante proporre al nostro di rileggersi la Sacra Scrittura, in cui è facilmente comprensibile come Nostro Signore non sia venuto a cambiare la Legge, ma a perfezionarla a causa della durezza dei nostri cuori. L’omosessualità, o meglio, il vivere nella pratica l’omosessualità è condannato dal Magistero della Santa Chiesa che si rifà all’insegnamento biblico e che – per buona pace di Dazzi – non può sbagliare a causa della Sua infallibilità ed indefettibilità.

Comprendiamo però che sia dura da spiegare a chi ha già posto le proprie condizioni, ovvero rifarsi al Vangelo fai da te, rendendo conto ai propri egocentrici personalismi di bassa nicchia. Non pretendiamo infine di poter far entrare in testa queste cose all’articolista, che ha fatto dell’omosessualità libera e sfrenata il proprio punto cruciale su cui dover far mutare la Chiesa. Ciò che è allarma è la diffusione di questo comune denominatore comprendente non solo i “cani sciolti” tipo Dazzi, ma voluto invece all’interno di parrocchie e diocesi con tanto di strizzata di occhio da parte dei parroci, come del resto avviene in questo caso.

Quello che accade in questa Unità Pastorale di Reggio-Emilia è semplicemente allucinante, e lo scritto pubblicato su di un bollettino mensile parrocchiale getta uno scandalo indicibile, specialmente sugli occhi dei piccoli: a tale stregua vorremmo ricordare ai “biblisti” dell’oggi e del domani cosa conviene fare a chi scandalizza i piccoli, dal momento che in questo caso non vi è papismo che tenga.

Stiamo parlando di una propaganda omosessualista all’interno di una comunità sedicente “cattolica”, in cui con termini scabrosi come “percorsi di accettazione di sé e di liberazione” si definisce e si sentenzia la positività di essere omosessuali “cattolici” nonostante il peccato impuro contro natura che preclude ogni vicinanza con Dio, che piaccia o meno. Addirittura l’omosessualità “praticante” dovrebbe “diventare una grazia”.

Non si può far altro che continuare a rendere onore alla Verità, affermando che solo un regime di vita che implichi una corretta conformità alla Legge di Dio e della Sua Santa Chiesa Cattolica può rendere fruttuoso un percorso. Prendere e la Croce e portarla: parole che danno fastidio ai detrattori del Vangelo, a coloro che odiano il sacrificio perché fondamentalmente non sopportano la Croce, non ammettono il patimento e rinnegano ipso facto il Mistero della Redenzione tramite lo spargimento di Sangue del più innocente fra gli innocenti, l’Agnello Immolato. Tutto il resto sono chiacchiere, purtroppo non inutili perché recano danno alle anime e “immoralizzano” sempre più questa dis-società in preda ai propri sudici edonismi.

Speriamo solo che questi appelli tocchino le coscienze di qualche abitante dei grandi palazzi, almeno per un fattore di dignità, dal momento che siamo ben consci di quanto il tenore dottrinale non sia più di interesse alcuno. Tanto ormai il mantra nemico recita così: “L’ha detto anche Papa Francesco.” Mala tempora currunt!