Centri di ascolto e propaganda LGBT si, sportelli di informazione sul “gender” no. Questa è la proverbiale “tolleranza” dei paladini dei “diritti” a senso unico. L’annuncio che il Comune di Prevalle in provincia di Brescia aprirà un sportello “antigender” per informare i propri cittadini riguardo alle astuzie e alle falsità che si celano dietro alla cosiddetta teoria del gender, ha infatti immediatamente dato vita ad un vespaio di polemiche che si è trasformato in un vero e proprio caso politico.

Pietra dello scandalo è stata la decisione dell’amministrazione comunale che ha stabilito che ogni sabato mattina, dalle 10 a mezzogiorno, l’insegnante Sara Prandini sarà a disposizione della cittadinanza per “ascoltare, dialogare e informare” sull’attuale tematica del “gender”, come illustrato in un volantino apparso nei giorni scorsi per le vie della città.

Un’iniziativa, secondo il deputato bresciano, Luigi Lacquaniti, “omofoba”e ” inaccettabile”, per la quale, quest’ultimo ha addirittura annunciato una interrogazione al ministro degli Interni per fare luce sulla vicenda:

“L’iniziativa appare non solo come di stampo chiaramente omofobo, ma realizza un vero e proprio abuso d’ufficio da parte del sindaco di Prevalle. Non è accettabile che un’Amministrazione con uno sportello come quello che si appresta ad aprire pretenda di invadere lo spazio personale dei cittadini e l’esercizio di diritti della persona, quale l’orientamento di genere. Questo sportello pubblico dev’essere chiuso”.

Di fronte alle inattese polemiche il sindaco leghista di Prevalle, Amilcare Ziglioli, ha provato a giustificarsi, spiegando di non essere omofobo (sic!), ma di essersi limitato ad accogliere una richiesta dell’associazione “Il Popolo della famiglia” che gli pare ragionevole:

 “Non siamo omofobi, ma non vogliamo che nelle nostre scuole entrino e vengano insegnate certe teorie”.

Il comune bresciano di Prevalle è dunque l’ennesima vittima della dittatura gender per la quale, va bene aprire centri e sportelli di ascolto e propaganda LGBT+ in qualsiasi città italiana, ma guai a concedere spazio a luoghi informativi in cui il “mantra” della “normalità” omosessuale viene messo in discussione.

Secondo il particolarissimo punto di vista del pensiero unico del gender, l’unico esercizio del diritto ammesso è infatti quello di inculcare ai nostri giovani la “libertà” di orientamento sessuale in ossequio al diktat etico dominante. Poco importa se, così facendo, l’amministrazione, le scuole, o chi per loro, invadono lo spazio privato e sacrosanto della famiglia.