Possiamo pensare alla teoria del gender identificandola con l’immagine di un grande e vecchio albero dalle numerose e profonde radici.

Essa, non nasce infatti oggi, ma rappresenta il punto di arrivo di un lungo e complesso processo di rivoluzione culturale che ha radici multidisciplinari e remote.

La teoria del gender non ha sviluppato un suo pensiero originale ma ha piuttosto messo insieme e rielaborato pezzi ideologici del passato risalenti al pensiero marxista e psicanalista, e alla rivoluzione femminista, sessuale e culturale degli anni 50-70.

Sul piano pratico, una tappa decisiva di tale processo è rappresentata dalla “Quarta Conferenza Internazionale sulle Donne” dell’ONU di Pechino del 1995. Da Pechino in avanti, la “prospettiva di genere” si è affermata, infatti, con norma politica globale ed entrata nelle agende di tutti i principali programmi politici. Il “paradigma del gender” in breve tempo è divenuto così una priorità universale d’intervento e un imperativo etico dell’educazione globale, infiltrandosi in ogni ambito: dalla politiche governative alle organizzazione filantropiche e umanitarie, dalle scuole alle università, dalle aziende al mondo dell’arte, della musica, del cinema e della pubblicità.

Un ruolo chiave in tale processo di manipolazione e imposizione culturale è svolto dalle potenti lobby LGBT e dall’altrettanto influenti Organizzazione Non Governative (ONG) presenti presso le principali istituzioni europee.

 

Di seguito un estratto sulle radici marxiste-socialiste dell’ideologia gender tratto dal libro Gender Diktat. Origini e conseguenze di un’ideologia totalitaria (Solfanelli, 2014)

 

1) – I “padri fondatori”: Marx ed Engels

Le premesse teoriche di quella che poi sarebbe stata chiamata “teoria di genere” risalgono all’ideologia socialista e, in particolare, alle idee espresse da Friedrich Engels (1820-1895) nella sua opera pubblicata nel 1884, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, nella quale il filosofo tedesco parla della prevaricazione sulla donna come la massima espressione della lotta di classe nella sua forma originaria. Va ricordato che la filosofia della storia di Marx e di Engels è radicalmente materialista. L’uomo non è che un’escrescenza della materia e non esistono valori spirituali o morali che lo trascendono. Il cuore della dottrina marxista è il materialismo dialettico. Tutto ciò che esiste è materia in movimento e la dialettica è la legge del movimento incessante della materia. La sua espressione storica è la lotta di classe tra borghesia e proletariato. Secondo tale visione, la donna costituisce la prima forma di proprietà privata e l’oppressione delle donne da parte degli uomini è la prima oppressione di classe: «in un vecchio manoscritto mai pubblicato scritto da Marx e da me nel 1846, ho trovato queste parole: “La prima divisione del lavoro è quella tra uomo e donna per la riproduzione dei bambini”. Oggi posso aggiungere: la prima opposizione di classe che appare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo uomo-donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella fatta dall’uomo sul sesso femminile».

Basandosi sulle teorie pseudo-scientifiche dell’etnologo inglese Lewis Henry Morgan (1818-1881), Engels sostiene che nella storia si è passati, da un sistema matriarcale originario ad un sistema patriarcale, che ha alienato la donna dai suoi diritti trasformandola in una serva dell’uomo, obbligata come è a maternità ripetute, lavori domestici ed emarginazione sociale. La prima lotta di classe ha luogo all’interno della famiglia patriarcale. Il comunismo permetterà il superamento di tale situazione di asservimento della donna mediante la sua “liberazione” dalla schiavitù familiare, materna e domestica. Tutto ciò avverrà, da un lato, tramite la distruzione della famiglia naturale e dell’istituzione del matrimonio considerata una gabbia insopportabile per la donna, dall’altro attraverso l’affermazione dell’amore libero e dell’uguaglianza totale tra i sessi.

Come vedremo, tali idee verranno riprese e mutuate dal femminismo radicale e saranno alla base dell’ideologia gender che nella famiglia naturale vedrà il principale ostacolo da abbattere sul proprio cammino. In una rilettura della lotta di classe, il femminismo affermerà che così come l’ideologia marxista aveva individuato nella classe proletaria il soggetto che avrebbe dovuto abbattere il sistema capitalista, spetta ora alle donne compiere la rivoluzione. Nella nuova dialettica di ispirazione marxista, le donne sostituiranno, dunque, i proletari riappropriandosi del proprio corpo, attraverso il controllo della loro fecondità e l’utilizzo delle nuove tecniche biomediche. Lo scopo finale di tale rivoluzione non è solamente l’abolizione dei privilegi dell’uomo quanto la soppressione totale di qualsiasi distinzione tra le classi. Tale processo si potrà dire compiuto solamente nel momento in cui saranno abolite tutte le differenze tra uomini e donne e in cui non avrà più alcun senso parlare di famiglia, matrimonio, madre, padre e così via, in quanto termini che rievocano una realtà storica oramai superata in contrasto con la visione distruttrice di tale ideologia.

2) – La psicanalisi e il “marx-freudismo”

Accanto a quello di Marx, un altro nome va annoverato tra i padri della teoria del gender: quello del fondatore della psicanalisi Sigmund Freud (1856-1939). Se per Marx la realtà dell’universo è materia in movimento, mossa da una perenne evoluzione dialettica e la morale e la famiglia sono “sovrastrutture” dei rapporti economici, per Freud l’unica realtà è l'”inconscio”, che coincide con l’istinto sessuale e che occorre “liberare” dalla morale. L’incontro tra marxismo e freudismo costituisce una miscela incendiaria per distruggere la morale cattolica e tradizionale, incarnata dall’istituto famigliare.

Il primo tentativo coerente di una sintesi tra marxismo e freudismo, cioè di una psicanalisi rivoluzionaria, venne tentato negli anni Trenta del Novecento dallo psicanalista  austriaco Wilhelm Reich (1897-1957). Egli associò la pulsione sessuale o libido, nella quale Freud vedeva una forza psicologica astratta, con un flusso concreto di energia attraverso l’organismo fisico. Questo approccio lo condusse al concetto di “bioenergia”, una forma fondamentale di energia la cui caratteristica dinamica è la “pulsazione”. La bioenergia sarebbe una speciale manifestazione di una forma di “energia cosmica” da lui chiamata “energia orgonica”. L’uomo per Reich è “energia vitale”, identificabile con la sua sessualità: «un frammento di energia orgonica particolarmente organizzato». Il problema sarebbe quello di “liberare” il flusso di energia dai “blocchi muscolari” o “corazza caratteriale”. Attraverso l’assoluta, illimitata libertà sessuale, l’uomo si libererà dalla nevrosi. «Con lo scioglimento del crampo della muscolatura genitale – scrive Reich – scompare l’idea di Dio». La sua è una vera e propria  mistica sessuale, una “religione orgonica”, come la definisce, la vera religione di chi sa che «l’Amore nei lombi, la dolcezza dello struggente piacere dell’amplesso è il suo vero Dio». Wilhelm Reich morì nel 1957, in un manicomio degli Stati Uniti. La sua ora scoccò però nel ’68 quando le sue idee furono riproposte in forma meno grossolana da Herbert Marcuse (1898-1979).

3) – Dalla Rivoluzione di Ottobre al ’68

Marx aveva affermato che il compito dei filosofi non è quello di “conoscere” il mondo, ma di trasformarlo. Sotto questo aspetto la Rivoluzione russa del 1917 fu un “evento filosofico” che avrebbe cambiato profondamente la storia del Novecento.

Fin dagli anni Venti i comunisti al potere cercarono di attuare, e soprattutto di diffondere nel mondo, la loro ideologia ugualitaria anti-familiare. Essi introdussero immediatamente il divorzio e, per la prima volta nella storia, l’aborto (1 dicembre 1917). Un acuto saggista, Corrado Gnerre, ricorda come, importante e significativa, a questo proposito, fu la riunione strategica che si tenne nel 1922, per volere di Lenin, all’Istituto “Marx-Engels” di Mosca. Ad essa presero parte, tra gli altri, Karl Radek (1885-1939), Felix Dzerzinski (1877-1926) (capo della CEKA), Willy Munzenberg (1889-1940) (colui che diede un contributo importante alla creazione del Comintern) e il filosofo ungherese Georgy Lukàks (1885-1971), al fine di chiarire e precisare il concetto di rivoluzione culturale, «ovvero una “rivoluzione totale” che coinvolgesse l’uomo stesso, la sua natura, i suoi giudizi, i suoi costumi, il suo essere più profondo».

In tale prospettiva, l’anno successivo, fu creato a Francoforte l'”Istituto per il Marxismo” che sarà, in un secondo momento, chiamato “Istituto per la ricerca sociale”,  meglio conosciuto come la cosiddetta “Scuola di Francoforte”. Dell’Istituto,  che dal 1930 al 1958 fu diretto da Max Horkheimer (1895-1973), fecero parte gli esponenti del marxismo-freudismo come Wilheim Reich ed Herbert Marcuse. La “Scuola di Francoforte” costituì il “laboratorio ideologico” della cosiddetta “controcultura” del Sessantotto fornendo le idee necessarie a compiere una rivoluzione culturale che trovò la sua applicazione pratica nel significativo slogan sex drugs and rock&roll. La rivoluzione del ’68 affiancò al tradizionale proletariato un nuovo “proletariato socioculturale”, comprendente «tutte quelle categorie discriminate non sul piano economico, ma su quello culturale, morale, psicologico, razziale ecc. … Ed ecco le varie lotte in favore del “femminismo”, dell'”omosessualismo”, contro la cosiddetta “xenofobia”, contro il “proibizionismo” delle droghe. E possiamo dire che siano proprio tali “lotte” a costituire l’essenza di questa “neorivoluzione”».

Utilizzare e sottomettere il potente sistema culturale ai propri fini ideologici divenne dunque la strategia d’azione. Per raggiungere tale scopo occorrevano però strumenti innovativi e diversi. Il tradizionale apparato di partito con la sua struttura classica, funzionale alla rivoluzione socioeconomica, si rivelava ora insufficiente e inadatto per il compimento della nuova rivoluzione culturale. Da qui lo sviluppo e la diffusione delle cosìddette lobbies o gruppi di pressione, soggetti più fluidi «capaci di muoversi in campo culturale e di modificare i giudizi delle masse. Ma non solo. Soprattutto questi gruppi di pressione, dovevano essere capaci di acuire le tensioni sociali, di promuovere lo scontro: tensioni etniche, morali, sociali, ecc… per fare in modo che lo scontro sociale stesso potesse produrre la definitiva mutazione della civiltà tradizionale e cristiana».

Il ruolo centrale svolto dalla cultura, nell’ambito del nuovo processo rivoluzionario, determinò, quindi, la nascita di una vera e propria industria culturale di massa, finalizzata a corrompere e sovvertire gli usi e i costumi in senso anti tradizionale e anti cristiano. Tale strategia ebbe tra i suoi teorici principali il sociologo tedesco Teodor Wiensenground Adorno (1903-1969), uno degli esponenti di spicco della “Scuola di Francoforte”, il quale, confidando nella capacità di persuasione e omologazione dei mezzi di comunicazione, ne raccomandò e promosse l’utilizzo strumentale ai propri obiettivi ideologici. Fu così che le idee rivoluzionarie di una influente minoranza conquistarono progressivamente spazi mediatici sempre più ampi, dalla televisione al cinema, dalla radio ai giornali, finendo con il monopolizzare la cultura e raggiungendo, ahinoi, lo scopo voluto e prefissato di trasformare subdolamente in maniera graduale la mentalità comune. Una rivoluzione dolce e silenziosa, attuata attraverso un bombardamento mediatico capillare e costante volto a normalizzare le proprie teorie sovversive. Al nome di Adorno va associato quello di Antonio Gramsci (1871-1937) che negli anni Trenta del Novecento teorizzò la conquista comunista del potere attraverso l'”egemonia” esercitata sui gangli culturali della società: università, case editrici, mezzi di comunicazione. Le sue teorie, assieme a quelle di Marcuse e della Scuola di Francoforte, prepararono la Rivoluzione del ’68.

4) – Il 68: dalla Rivoluzione politica alla Rivoluzione familiare

Il Sessantotto non fu una rivolta spontanea ma un movimento rivoluzionario accuratamente preparato che si propose di portare a compimento la rivoluzione marxista, liberando gli istinti vitali dell’individuo e delle masse dal giogo imposto da secoli di cultura e di civiltà. Tale movimento di contestazione, sviluppatosi originariamente a metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti,  raggiunse la sua massima espansione nell’Europa occidentale toccando il suo apice nello “storicamente famoso” maggio francese.

Alla rivoluzione politica si sostituì una “rivoluzione culturale”, finalizzata a sovvertire i valori e i principi a fondamento dell’ordine naturale e cristiano. Il Sessantotto si distinse da tutte le rivoluzioni precedenti per il suo carattere “culturale” che determinò il passaggio dal livello, classico, socio-politico, a quello dell’interiorità umana; in altre parole, dalla società all’uomo. In questo senso, tale rivolta è stata, appropriatamente, definita una rivoluzione in interiore homine per rimarcare come il suo fine primario fu lo stravolgimento dell’essenza stessa dell’uomo. Esso come sottolinea Corrado Gnerre, «volle essere una rivoluzione totale, una rivoluzione culturale che toccasse tutto: il quotidiano, i costumi e l’essenza stessa dell’uomo». Herbert Marcuse, uno  dei suoi ideologi principali, così spiegò la rivolta giovanile di quegli anni: «una ribellione allo stesso tempo morale, politica, sessuale. Una ribellione totale. Essa trova origine nel profondo degli individui. […] L’idea tradizionale di rivoluzione è tramontata, adesso dobbiamo intraprendere una sorta di diffusa e totale disgregazione del sistema».

Accanto all’attacco generale nei confronti dell’istituto naturale della famiglia, le conseguenze concrete di questa rivoluzione, come nota ancora Corrado Gnerre furono: lo snaturamento dell’atto sessuale, con la scissione del fine unitivo da quello procreativo; la legalizzazione e successiva normalizzazione dell’aborto in tutti gli Stati occidentali; la diffusione della pornografia, correlata al processo di banalizzazione del sesso ridotto a mero atto di piacere; il dilagare dell’omosessualismo come normale conseguenza di una sessualità libera e istintuale, svincolata da qualsiasi riferimento morale; e, infine, la diffusione della pedo-pornografia anch’essa logico e coerente risultato di tale processo rivoluzionario, teso a giustificare qualsivoglia perversione sessuale, in nome della liberazione dei propri istinti e delle proprie passioni. Il ’68 diede un contributo notevole al successo del femminismo e del nascente movimento omosessuale e rappresentò una vera e propria fucina ideologica delle correnti di pensiero che avranno un impatto decisivo negli anni a seguire portando ad una profonda e radicale trasformazione della società.

Le odierne pretese degli ideologi del gender, che vorrebbero abolire le superate categorie di madre e padre, richiamano alla mente, e sono la naturale conseguenza, delle rivendicazioni politiche di quel periodo, tese a sopprimere il principio di autorità e con esso, in ambito famigliare, quello che fu definito il “conformismo dei ruoli”. (tratto da Gender Diktat. Origini e conseguenze di un’ideologia totalitaria (Rodolfo de Mattei, Solfanelli, Chieti 2014)