I promotori della teoria del gender hanno sostituito la parola “sesso” con l’ambiguo termine “genere”, vocabolo ideologico, funzionale all’attuazione del loro sovversivo programma.

Il termine gender è stato adottato nel mondo anglosassone dove a differenza della lingua italiana, in cui abbiamo solo le 2 categorie grammaticali, di maschile e femminile, è presente anche il genere neutro. Da qui l’utilizzo di tale termine che si presta perfettamente ad un’ideologia che postula l’infinita variabilità delle tendenze sessuali dell’individuo.

LA RIVOLUZIONE DEL LINGUAGGIO

Il linguaggio costituisce un’arma decisiva e formidabile per far penetrare subdolamente l’ideologia del gender all’interno delle nostre strutture sociali.

Analizzando i decisivi mutamenti socioculturali che, in maniera graduale, si sono susseguiti nello spazio di pochi decenni, la studiosa belga Marguerite A. Peeters, ha sottolineato come essi siano stati resi possibili grazie ad  una “rivoluzione culturale globale” che, a partire dal crollo del muro di Berlino nel 1989, ha visto l’affermarsi di una nuova etica, diffusa su scala planetaria, fondata su un nuovo linguaggio, nuovi paradigmi, norme, valori e stili di vita.

Nel dibattito moderno e contemporaneo si assiste, dunque, all’ingresso di concetti insoliti, dal significato ambiguo, come «globalizzazione umanizzante, cittadinanza globale, aborto “senza rischi”, scelta informata, diritti sessuali e riproduttivi, diritto alla scelta, diritti delle donne, diritti dei bambini, olismo, approccio inclusivo, empowerment, gender, omoparentalità, omofobia, orientamento sessuale, (…)».

Allo stesso tempo, in questo nuovo linguaggio globale, sembra non esserci più spazio per vocaboli, che possiamo definire di “buon senso” o “tradizionali”, legati a concetti elementari che mal si adattano all’odierna sofisticata cultura dominante.

Sono considerati “fuori moda” e banditi, dunque, dal vocabolario moderno termini classici come: verità, morale, coscienza, ragione, cuore, genitori, sposo, marito, moglie, madre, padre, figlio, figlia, verginità, castità, complementarietà, dogma, natura, e così via.

Tutte parole troppo “rigide”, che richiamano situazioni e categorie concettuali giudicate superate e incapaci di rappresentare la complessità sociale moderna. Attraverso tale astuta mutazione linguistica un nuovo paradigma etico è riuscito, dunque, a penetrare ovunque, permeando e plasmando le strutture culturali di società e nazioni.

Si tratta di un modello valoriale spacciato per “spirito del tempo”, neutrale e tollerante, a cui, in realtà, soggiace una ideologia aggressiva e intransigente che si propone di smantellare i capisaldi della nostra società.

Come scrive la Peeters, infatti,  «i nuovi valori sono ambivalenti, in modo da permettere la coesistenza malsana della possibilità di un consenso genuino e di un programma radicale. L’ambivalenza non è sinonimo, come troppo spesso si tende a credere, di tolleranza e di scelta. L’ambivalenza costituisce un processo di decostruzione della realtà e della verità che porta all’esercizio arbitrario del potere e all’intolleranza». (tratto da Gender Diktat. Origini e conseguenze di un’ideologia totalitaria (Rodolfo de Mattei, Solfanelli, Chieti 2014)