“Normalizzare” ogni genere di devianza sessuale fin dalla più tenera età. Questo è il folle obiettivo “educativo” dei campus estivi per bambini e adolescenti gender-fluid lanciati in California nella zona della baia di San Francisco, culla del movimento gay internazionale.

Il Rainbow Day Camp, assieme a Camp Kickin’ It, è infatti uno dei due programmi “formativi” offerti dall’associazione no profit enGender, rivolti a bambini e teenager gender-fluid, transgender, queer e delle più disparate tendenze sessuali.

Sul sito web rainbowdaycamp.org i promotori di tali iniziative si presentano così:

Siamo genitori, badanti, psicoterapeuti, insegnanti e amici di giovani di diversa natura che sono gender creative, transgender, di genere non binario o in esplorazione di entrambe le espressioni di genere e di identità. EnGender disegna ambienti per la nostra gioventù in maniera che non subiscano la pressione di chiudersi nel privato o di sentirsi “spaventati” di rivelare la loro identità segreta. Sentendosi sicuri e giocando con i loro coetanei con consulenti esperti del campo, i campeggiatori vedono esempi positivi di diversità di genere che gli si riflettono nell’ambito dei giochi di gruppo“.

Rainbow Day Camp

Il Rainbow Day Camp è indirizzato ai bambini, dai 4 ai 12 anni, cosiddetti “gender creative“, ovvero piccoli dal genere “fluido”, con l’obiettivo di rafforzare la loro consapevolezza e identità di genere attraverso il confronto e la socializzazione con altri bambini cross-gender.

SCELTA DEL PRONOME AL CHECK-IN

Al momento del check-in, all’accoglienza del camp che si svolge a El Cerrito, nella zona della baia di San Francisco, come si legge sul sito nypost.com, i partecipanti possono scegliere un pronome a loro scelta con il quale verranno identificati nel corso del campo. Alcuni optano per “lei” o “lui”, altri per una combinazione “lui / lei”, “loro”, o addirittura scelgono di non volere assumere alcun pronome. Altri ancora arrivano a cambiare il loro nome quotidianamente per vedere quello che alla fine si “sentono” essere l’appellativo giusto.

L’iscrizione a questi campus estivi, sempre secondo il nypost.co, è in progressivo aumento e presto saranno avviati progetti analoghi in altre località degli Stati Uniti:

le iscrizioni, da quando ha aperto tre stagioni fa, si sono triplicate raggiungendo circa 60 giovani campeggiatori, con bambini provenienti da Los Angeles, Washington, DC e persino dall’Africa. Sono ora in corso progetti per aprire una campus la prossima estate nello Stato del Colorado e i promotori del Rainbow Camp sono stati contattati da genitori e organizzazioni di Atlanta, Seattle, Louisiana e altre località interessate alla creazione di programmi simili“.

CRESCONO I BAMBNI TRANSGENDER

Gli specialisti del gender, intervistati riguardo tale singolare campo estivo per ragazzi, affermano che il successo del progetto rispecchia quello che essi riscontrano a livello nazionale all’interno delle cliniche di genere dove vi è un numero sempre crescente di bambini che fanno “coming out” come transessuali in giovanissima età.

La fondatrice del campo, Sandra Collins, madre di una ragazza transessuale che oggi ha 9 anni, dopo aver evidenziato gli enormi passi in avanti fatti attorno alla tematica “transgender”, parlando del progetto ammette come gran parte di questi ragazzi con disturbi di identità sessuale sia stata vittima di violenze e traumi:

“Un decennio fa, questo campo non sarebbe esistito. (…) Non sapevo che uno potesse essere transessuale ad una giovane età. Ma mia figlia lo sapeva certamente all’età di 2 anni. (…) Molti di questi ragazzi sono stati violentati e hanno avuto traumi a scuola. Questo è un mondo dove niente di tutto questo esiste e dove loro sono la maggioranza. Questa è una nuova esperienza per bambini che sono abituati a nascondersi e sentirsi piccoli”.

Accanto al Rainbow Day Camp, riservato ai più piccoli dai 4 ai 12 anni, vi è anche una seconda iniziativa analoga, chiamata Camp Kickin ‘It, rivolta ai più grandi, dai 13 ai 17 anni.

Sebbene non vi siano dati statistici particolarmente dettagliati riguardo i bambini che si identificano come transgender, gli esperti dichiarano che il numero dei giovani che si rivolgono alle loro strutture è in evidente aumento e che l‘approccio clinico medio nei loro confronti ha subito un decisivo cambiamento.

PROTOCOLLO “AFFERMATIVO”

Oggi, il protocollo maggiormente adottato è infatti noto come l’approccio “affermativo di genere”, che accompagna i bambini cross-gender nel processo cosiddetto di “transizione sociale”, affinché possano identificarsi con il sesso “percepito”, piuttosto che con quello assegnato alla nascita, fino a quando non sono abbastanza grandi da poter decidere autonomamente riguardo le possibili opzioni mediche, come i farmaci bloccanti della pubertà e, più tardi, i trattamenti ormonali.

L’ossessivo mantra di tale, sempre più diffuso, approccio “affermativo” è “sei come sei“, ovvero non vi è nulla di sbagliato e di anormale nelle tendenze sessuali contro natura e perciò i bambini vanno assistiti per aiutarli a tirare fuori ed affermare la propria identità sessuale “psicologica”, a prescindere da quella biologica assegnata dalla natura alla nascita.

Tra i medici in “prima linea” nell’assistenza di bambini transgender vi è Johanna Olson- Kennedy, direttrice del Centro per la Salute e lo Sviluppo di Transyouth presso l’Ospedale dei Bambini di Los Angeles che dopo aver iniziato una decina di anni fa con circa 40 pazienti, oggi ha 900 persone dai 3 ai 25 anni, iscritte al suo programma, con 150 persone in lista di attesa.

Anche Diane Ehrensaft, direttrice del dipartimento di salute mentale presso l’Università della California, al Child and Adolescent Gender Center di San Francisco, sottolinea come, negli ultimi anni, si sia triplicato il numero di piccoli pazienti che si rivolgono a lei per ottenere assistenza: “possiamo anche chiamarlo uno tsunami, riguarda i piccoli ragazzi che si presentano con le loro famiglie“.

“NORMALIZZARE” LA DEVIANZA

In concreto, lo scopo di tali campus estivi per bambini non binari, ossia bambini “deragliati” dalle “rotaie” della loro identità sessuale biologica, è quello di normalizzare la loro devianza con l’illusione di ridurre ed eliminare le drammatiche problematiche psicologiche tipiche della comunità transgender.

Il pensiero sottostante a tale visione è che la causa dei malesseri che affliggano le persone transgender sia riconducibile all’ostile clima di “omofobia” di non accettazione sociale delle loro devianze sessuali. In quest’ottica, sono l’omofobia e il bullismo i fenomeni responsabili degli alti tassi di suicidio e di disturbi mentali presenti nella comunità cross-gender. Per questo, una volta cambiato il clima culturale e “normalizzata” la devianza, in maniera automatica, la comunità LGBT+ vedrà magicamente scomparire tutti i propri problemi e turbamenti.

In altre parole, in un mondo capovolto, lo stigma sociale nei confronti dell’omosessualità e, poi, l’omofobia interiorizzata sono divenuti le vere cause dei mali delle persone omosessuali e, in conseguenza di ciò, la soluzione proposta è quella di costruire un diverso clima culturale, atto a far sentire finalmente “normali” coloro con pulsioni sessuali verso persone dello stesso sesso.

I DATI REALI

L’inganno e la fallacia di tale pensiero è suffragato dagli incontrovertibili dati reali. A tale proposito, nel 2016, Buzzfeed News, in collaborazione con la Williams Institute di Law School della UCLA e l’istituto di sondaggi Ipsos, ha condotto un’indagine a livello mondiale per valutare l’accettazione del fenomeno transgender. In tale particolare classifica, la Svezia si è classificata al secondo posto per essere stato “il primo paese dell’Europa occidentale ad adottare una procedura per consentire alle persone di cambiare il loro sesso in maniera legale nel 1972, facendo si che la sua legge sulla identità di genere diventasse un modello per altre nazioni“.

In altre parole, insieme alla Spagna, la Svezia, da tanto tempo, è la nazione più ben disposta ad accettare gli individui transgender e il loro stile di vita. Per questo, il paese svedese è il posto migliore per valutare la vita e i risultati degli individui transgender nelle fasi pre e post intervento chirurgico.

Ebbene, in uno degli studi più ben strutturati condotti in Svezia sugli individui transgender postoperatori , realizzato da Cecilia Dhejne, Paul Lichtenstein, Marcus Boman, Anna LV Johansson, Niklas Långström e Mikael Landén, sono stati trovati “tassi sostanzialmente più elevati di mortalità complessiva, morte per malattie cardiovascolari e suicidio, tentativi di suicidio e ospedalizzazioni psichiatriche nei soggetti transessuali rispetto al resto della popolazione“.

Come riporta il sito “The Daily Wire“,

dal 1973 al 2003, il tasso di tentativo di suicidio da parte degli individui transgender postoperatori riscontrati nello studio era di 7.9 / 1000 rispetto al 1/1000 del gruppo di controllo normale. Questo è un incremento del 690%. Il tasso di suicidi effettivi è stato di 2,7 / 1000 rispetto al gruppo di controllo sano di 0,1 / 1000. Con un incremento del 2600%“.

Gli autori dello studio Long-Term Follow-Up of Transsexual Persons Undergoing Sex Reassignment Surgery: Cohort Study in Sweden hanno quindi concluso che tali risultati evidenziano come

i transessuali post-chirurgici sono un gruppo a rischio che richiede un follow-up psichiatrico e somatico a lungo termine. Anche se l’intervento chirurgico e la terapia ormonale allevia la disforia di genere, apparentemente non è sufficiente per rimediare agli alti tassi di morbilità e mortalità riscontrati tra le persone transessuali “.

PROBLEMATICHE INTRINSECHE

La realtà ancora una volta, dunque, sconfessa l’ideologia. In una delle nazioni al mondo, in cui il “transgenderismo” è più accettato e “normalizzato”, i tassi di suicidio nella comunità LGBT+ sono ancora astronomicamente più alti di quelli della comunità non-transgender. Ciò attesta come le problematiche psicologiche tipiche dei soggetti gender creative non sono riconducibili, come vorrebbero farci credere, all’ostilità dell’ambiente esteriore, ma, all’opposto, sono intrinseche alla stessa loro condotta contro natura.

In questa prospettiva, il Rainbow Day Camp e gli altri scellerati programmi “educativi”, rivolti a bambini e adolescenti cross gender, costituiscono degli inaccettabili esperimenti ideologici che, lungi dal risolvere le problematiche dei partecipanti, contribuiscono unicamente a favorirne il processo di devianza sessuale, senza lasciar loro alcuna scelta, assicurandogli un futuro certo di sofferenze psicologiche e in certi casi persino di morte.