Il 14 settembre, nella sala stampa del Comune di Bologna è stato presentato un originale lavoro: un’analisi dei piani dell’offerta formativa di tutte le scuole della Provincia di Bologna.

Si tratta di un documento accurato al punto che, per ciascuna scuola, sono indicati i link al PTOF (Piano Triennale dell’offerta formativa) e ad altri documenti pubblici, con anche le citazioni virgolettate dei passaggi che suscitano perplessità.
Un lavoro, svolto dal locale Comitato Difendiamo i Nostri Figli di Massimo Gandolfini, talmente attento ai termini, così dettagliato – e insieme sintetico – che potrebbe essere costato mesi di lavoro.
La conclusione è da prima pagina: il gender è ampiamente diffuso nel capoluogo emiliano-romagnolo poiché il 40% delle scuole accoglie la legislazione genderista e un altro 37% ne presenta indizi.

Tuttavia, sono le modalità di diffusione di questo rapporto che più incuriosiscono e fanno pensare: presentato – guarda caso – il giorno precedente l’inizio delle lezioni, accanto all’Avv. Galeazzo Bignami (il più votato esponente politico dell’opposizione al centro-sinistra emiliano-romagnolo), con un concorso di televisioni e stampa forse pari a quello che otterrebbe Renzi, l’evento potrebbe esser stato costruito come un’astuta trappola massmediatica in cui far cadere le lobby che promuovono l’ideologia omosessualista.

In tutto il testo del rapporto, non compare mai il termine “omosessualismo” ma si parla solo di gender. Non una parola può far pensare a omofobia o discriminazione. Nel documento, i Dirigenti scolastici e i docenti non sono “imputati” di alcunché, dato che eseguono semplicemente le disposizioni ministeriali: imputate sono invece alcune leggi 1 che – a detta di tutte le associazioni pro family – sono state formulate “in modo da poter portare in più casi ad effetti distorsivi come quelli di un’introduzione surrettizia dell’ideologia gender”. E puntare l’indice contro le leggi è come accusare i Governi che le hanno approvate e la Regione Emilia-Romagna, che attraverso il Servizio Sanitario impiega libretti e proprio personale per fare propaganda omosessualista nelle scuole.

Quanto agli indicatori rosso-giallo-verde attribuiti alle singole scuole, sono dichiaratamente relazionati al livello di attenzione che si suggerisce alle famiglie di avere: nessun giudizio di valore né attentato alla libertà di insegnamento. Il rapporto è una mera raccolta di consigli di famiglie ad altre famiglie; l’unico “problema” che crea è mettere in guardia dal totalitarismo educativo statale.

L’intenzione mediatica dell’evento è confermata dalla visione del video della conferenza stampa e delle dichiarazioni ex post, in cui il Comitato di Gandolfini mai cade nelle solite provocazioni date dalle accuse di “omofobia” o “sessismo”, mentre l’avv. Bignami insiste con determinazione sul diritto dei genitori ad essere informati.

Ciliegina sulla torta, anche il Ministro Valeria Fedeli “abbocca”: evidenzia una non conoscenza della qualità del rapporto sostenendo che “per quello che risulta a me in tutte le scuole di Bologna le procedure in merito all’autonomia delle scuole sono state rispettate, ma ne conferma le conclusioni con la presenza – proprio a Bologna! – ad un convegno significativamente intitolato “Il peso della scuola per l’uguaglianza di genere”!

Insomma, un lavoro inattaccabile, forse intenzionalmente costruito pensando ai mass-media vicini al Partito Democratico che ad esso han dato involontariamente più risonanza, riuscendo soltanto a ripetere gli ormai noiosi cliché del “fascista, integralista, omofobo, ecc.”

Dopo soli tre giorni dalla conferenza stampa, il risultato che voleva ottenere il Comitato – “informare quante più famiglie possibile” – è raggiunto, ma con un inusitato salto di qualità comunicativa.
Complimenti a Gandolfini e alla sua squadra.

1) Sono indicate la 107/2015 (c.d. “buona scuola”), la 119/2013 (“disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”) e la 71/2017 (“Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”)