Nei giorni scorsi mons. Anatrella, il prete terapeuta che denuncia da anni l’ideologia gender e che scrive opere scientifiche sulle cause dell’omosessualità, accusato di abusi sui pazienti, è stato scagionato sia dal tribunale civile sia da quello ecclesiale. Ma il vescovo di Parigi lo ha comunque sospeso mentre giornali laici e cattolici lo hanno diffamato. Perché punire un innocente? Si tratta forse di un regolamento di conti?

Per uno psichiatra o terapeuta non è mai facile dire la verità ad un paziente, soprattutto se si toccano certi temi come quello delle attrazioni omosessuali che il potere vuole sdoganare come normali. Ma è ancor meno facile se il terapeuta è anche un sacerdote che combatte per ribadire quello che da sempre fino al 1973 (data dell’eliminazione per alzata di mano dell’omosessualità dal Manuale diagnostico e statistico delle malattie mentali) la scienza riconosceva. Figurarsi poi se quel sacerdote lotta anche perché la Chiesa resti fedele al suo Magistero, quando si sa che vi è una collusione fra “lobby Lgbt” e “lobby gay” in Vaticano, della cui esistenza hanno parlato sia papa Benedetto XVI sia Francesco durante l’incontro con i rappresentanti del Clar.

Ecco perché appena un uomo con un profilo come quello descritto viene accusato, oltre alla macchina del fango mediatica si scatena anche quella ecclesiale che si avvale di certi giornali cattolici capaci di trasformarsi in “manettari” della peggior specie, inclementi nel lasciare all’indagato il beneficio dell’innocenza prima della condanna e pronti a ricopiare i titoli dei giornalini laicisti che gridano allo scandalo del “prete che curava i gay, accusato di molestie”. E non importa se quel prete, accusato allo stesso modo anni fa dai suoi nemici, era stato completamente scagionato dal tribunale civile.

È questo il trattamento subito da monsignor Tony Anatrella, sospeso nei giorni scorsi dalla sua attività dall’arcivescovo di Parigi Michel Aupetit. A rivelarlo, il 4 luglio scorso, è stato Le Monde che ha ricordato che il prelato di 77 anni dovrà «interrompere qualsiasi attività terapeutica». A parlarne come fosse colpevole sono state quasi tutte le testate anche cattoliche da Aleteia, con un articolo a firma di Lucandrea Massaro contenente un’accusa che si rivelò falsa e legata al processo civile del 2006 dal quale il monsignore uscì completamente pulito, ad Avvenire, che tramite Luciano Moia lo ha dato per colpevole prima ancora di verificare i fatti, sottolineando che erano «troppe le testimonianze… per pensare ad una montatura», con accuse «a cui evidentemente il Tribunale ecclesiastico di Tolosa ha dato credito».

Se queste testate, invece che mettere in dubbio la credibilità del monsignorecome consigliere del Pontificio consiglio per la salute e per la famiglia, avessero agito con la prudenza necessaria in questi casi, avrebbero infatti scoperto che a scagionare per la seconda volta il sacerdote è stato nuovamente non solo il tribunale ecclesiastico, ma anche quello civile. Dopo alcune accuse di carattere anonimo contro Anatrella, l’indagine canonica era stata avviata nell’ottobre del 2017 dal tribunale di Tolosa per evitare pressioni interne da Parigi, e si era conclusa il 19 marzo 2018 così: nessun crimine è imputabile a monsignor Tony Anatrella. Inoltre, esattamente come nel 2006, anche la procura della Repubblica di Parigi ha respinto tutte le accuse. In sintesi, Anatrella è risultato in entrambi i processi pienamente innocente.

Ci si sarebbe aspettati se non delle scuse, almeno accoglienza da parte del vescovo della sua diocesi, invece è accaduto esattamente il contrario. Anatrella è stato sospeso dal suo lavoro di terapeuta senza alcuna ragione e «senza tener conto dei risultati dell’indagine canonica», come scritto in un comunicato della difesa del monsignore, né di quella civile. Motivo per cui «Anatrella ha appena presentato un ricorso per ottenere l’annullamento degli effetti di tale decisione». Ma se non ci sono ragioni legali legate a questa sospensione, perché punire un innocente? L’unica ragione ipotizzabile è purtroppo un regolamento di conti intra-ecclesiale.

Si sa infatti che Anatrella è un uomo scomodissimo, perché oltre a lavorare come terapeuta cristiano è anche autore di opere scientifiche profonde e rigorose sulle ragioni reali delle tendenze omosessuali, sulla menzogna del gender e sulle origini della regressione culturale moderna. Motivo per cui a parecchio mondo cattolico non piacque per nulla la sua collaborazione con Benedetto XVI sui temi legati alla famiglia e alla sessualità, che portarono alla stesura nel 2005 anche di un documento, approvato dal Papa, in cui si sconsigliava di ammettere in seminario e di ordinare sacerdoti uomini con attrazioni per lo stesso sesso.

Lo stesso anno Anatrella pubblicò “Il regno di narciso” (tradotto in Italia nel 2014) completamente dedicato alla tematica omosessuale dal punto di vista psicologico e scientifico. Tanto che solo pochi mesi dopo (ottobre 2016), quando arrivò la denuncia di abuso di un suo paziente che la giustizia francese giudicò infondata, certa stampa cattolica esultò sbattendo le accuse in prima pagina, senza poi dare spazio alle conclusioni del processo dell’anno successivo, per cui Anatrella denunciò per calunnie il suo accusatore. Probabilmente il fatto che abbia continuato a lavorare e scrivere libri come “Mariage en tous genres” o come “La teoria del gender e l’origine dell’omosessualità” e “Homme et femme Il les créa”, non è piaciuto ai suoi nemici né a coloro che hanno scelto di mentire. Figurarsi quando dopo il primo processo continuò a ribadire che «l’ideologia gender farà più danni del marxismo» e che «molti sono complici e giustificano questa ideologia».

E c’è poco da obiettare se si pensa che una decina di giorni fa un prete veronese che si è sposato con un uomo è stato accolto dal suo vescovo con baci e abbracci, mentre all’innocenza di un sacerdote il cui nome è stato infangato la diocesi di Parigi ha risposto così. (Benedetta Frigerio)