Su La Verità, quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, è stato recentemente pubblicato un articolo a firma di Marco Guerra sul tema delle adozioni gay.

Il giornalista riporta la testimonianza di John Hart, blogger e scrittore gay di Toronto che – quasi tre anni fa – ha adottato con il compagno una bambina di circa nove mesi. Oggi Hart lamenta, sul sito per genitori maschi omosessuali gaywithkids.com, il fatto che la bimbetta quasi treenne talvolta chiama «Mamma». «Calling for Mommy», titola infatti l’articolo del blogger.

Scrive Guerra: «Il papà omosessuale non riesce a darsi pace e ricorda così che anche lui da ragazzo ha potuto contare su una madre che ha incoraggiato i suoi interessi e ha provveduto a rassicurarlo quando ne aveva bisogno. “La cena può essere comprata”, si legge ancora nel pezzo, “ma queste qualità no”. Eppure, scrive convinto il blogger gay, “conforto e rassicurazione non sono un monopolio delle madri, allora perché sembra chiamarne una?”».

Adozioni gay a parte, la bimba cerca la mamma, in maniera istintiva. La mamma che accoglie, che cura, che protegge… quella figura fondamentale, nella sua complementarità con il padre che ha invece incarna la legge e spinge verso il mondo, stimolando l’autonomia.

Commentando il Primo Rapporto sulla Paternità in Italia emergeva chiaro come i padri possano tranquillamente svolgere compiti tradizionalmente attributi alla madre (dare da mangiare, cambiare il pannolino, aiutare nei compiti…), ma debbano nel contempo mantenere il loro ruolo maschile, senza annullarsi e appiattirsi su un rapporto con i figli modellato sull’indole femminile. In maniera indiretta, dunque, le adozioni gay, vengono smentite dall’evidenza.

L’evidenza della differenza maschile e femminile in campo psico-pedagogico è chiara anche a tante persone con tendenze omosessuali che non si sono fatte ingabbiare dalle lobby Lgbt, ma che sono ancora in grado di riflettere con la propria testa. Continua infatti Guerra: «Molti gay – come Stefano Dolce e Domenico Gabbana – hanno infatti espresso la loro contrarietà alle adozioni per coppie delle stesso sesso, condividendo il principio che i bambini non possono diventare oggetto di esperimenti sociali per soddisfare i desideri degli adulti. Nell’istituto dell’adozione l’interesse superiore del bambino è ritrovare un padre e una madre. Ancora più brutale è poi la pratica dell’utero in affitto, che fin dal concepimento prevede la programmazione di un bambino che sarà orfano della madre. Quello dei figli cresciuti all’interno delle coppie omosessuali è un fenomeno abbastanza recente, ma non mancano i primi studi che evidenziano tutta una serie di problematiche. Naturalmente lo scopo del confronto, aperto anche nella comunità medica attraverso diverse ricerche, non è quello di esprimere un giudizio negativo sulle capacità genitoriali delle coppie dello stesso sesso, ma è necessario semplicemente a prendere atto che la diversità dei sessi solleva questioni sull’origine della vita e sulla strutturazione dell’identità, che non sono eludibili nemmeno in questa società dei desideri senza limiti».

I bambini, con la loro innocenza, sono spesso lo specchio della verità: quando cominceremo ad ascoltarli e a guardare con serietà e responsabilità al loro bene, che di certo non è quello di incentivare le adozioni gay?

Teresa Moro