Un asse europeo per la promozione del gender diktat. Questa è l’intenzione di un ampio accordo, intitolato “List of actions by the Commission to advance LGBTI equality”, firmato lo scorso venerdì 17 giugno da tutti e 28 gli Stati membri dell’Unione Europea.

Il progetto, espresso in un corposo documento di 24 pagine, prevede una serie di misure a sostegno della “uguaglianza LGBTI” con l’obiettivo dichiarato di dare un’ulteriore accelerazione all’agenda gender in tutta Europa, istituendo una sorta di osservatorio permanente sui “diritti” LGBT nei diversi paesi della UE, volto a “combattere la discriminazione per motivi di orientamento sessuale e identità di genere“.

L’accordo appena raggiunto riveste un’importanza particolare in quanto è la prima volta che i 28 Stati membri stringono all’unanimità un patto congiunto finalizzato a promuovere la causa omosessualista.

A controllare che tutti gli Stati membri si allineino ossequiosamente al diktat omosessualista ci penserà la Commissione UE per la Giustizia, i Consumatori e l’Uguaglianza di Genere a cui spetterà il compito, secondo le parole del suo stesso Commissario Věra Jourová, di monitorare “la situazione delle persone LGBTI nell’Unione europea e oltre” per poter poi riferire a scadenze regolarei alla Commissione, al Parlamento Europeo, agli Stati membri e alle organizzazioni civili.

LISTA DI AZIONI

Nella lista di azioni elencate nel documento viene raccomandato a tutti gli Stati di “intraprendere ampie ed inclusive campagne di comunicazione” volte a promuovere ogni tipo di tendenza sessuale al fine di favorire il processo di “normalizzazione” della fluidità sessuale. L’obiettivo non velato di tali iniziative è che “i cittadini UE cambino positivamente il loro atteggiamento nei confronti delle persone LGBTI” e sia data “una maggiore visibilità alle questioni trans e intersessuali all’interno della UE”.

Il documento dedica ovviamente un’attenzione particolare al tema dell’omofobia, sottolineando l’importanza di avviare azioni volte a reprimere cosiddetti “hate speech”, “facendo rispettare le leggi esistenti che limitano la libertà di parola, ospitando incontri tematici riguardo l’effettiva prosecuzione dei crimini e discorsi d’odio omofobico e transfobico”, e migliorando “la legislazione a livello nazionale riguardo i crimini e i discorsi d’odio, la non discriminazione e le questioni transgender”.

Tra gli altri punti l’accordo raccomanda agli Stati membri di:

  1. Organizzare un migliore scambio di “buone pratiche” in materia di “azioni LGBTI contro la discriminazione all’interno delle scuole”.
  2. Raccogliere ampi dati riguardo i diritti degli omosessuali, il transgenderismo, le persone intersessuali e “le disuguaglianze di salute” all’interno della comunità LGBT in tutti i paesi europei
  3. Proibire le varie forme di “discriminazione anti-LGBTI” in tutta Europa

Il documento precisa inoltre come il Consiglio UE possa perseguire e promuovere tale azioni “nel pieno rispetto delle identità nazionali degli Stati membri e delle tradizioni costituzionali, nonché della competenza degli Stati membri nel settore del diritto di famiglia”. Un processo che partire dal 2016 sarà monitorato e verificato periodicamente dalla Commissione Europea attraverso un sistema di valutazione che annualmente monitorerà le legislazioni LGBT dei singoli Stati membri.

MONITORARE L’OSSERVANZA DEI “DIRITTI”

Tra le altre cose, l’accordo afferma che Consiglio UE dovrà “vagliare” ogni proposta politica verificandone l’ “idoneità”, prestando  “attenzione al godimento dei diritti fondamentali da parte delle persone LGBTI in occasione della verifica dei diritti fondamentali di qualsiasi proposta politica”.

Il Consiglio ha infine precisato gli obiettivi dell’Unione Europea in tema di “diritti” LGBT, rimarcando come

“il trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), prevede che l’Unione miri in tutte le sue attività ad eliminare le ineguaglianze e a combattere la discriminazione su vari livelli, incluso il sesso e l’orientamento sessuale, nella definizione e nell’attuazione delle sue politiche ed attività e autorizza il Consiglio a prendere provvedimenti per combattere le discriminazioni per questi motivi”.

Evidentemente non pienamente soddisfatti della stipula appena raggiunta Malta, Svezia, Danimarca, Austria, Belgio, Grecia, Lussemburgo e Portogallo hanno sottoscritto un’ulteriore dichiarazione in cui si esorta l’Unione Europea a fare ancora di più per proteggere e promuovere i, presunti, “diritti” umani delle persone LGBTI.

PAESE “LEGALE” E PAESE “REALE”

Nella settimana dello storico referendum “Brexit” con il quale la popolazione del Regno Unito ha beffardamente voltato le spalle all’Unione Europea, le istituzioni di Bruxelles mostrano ancora una volta il loro volto fortemente ideologico, pubblicando un documento che è un vero e proprio diktat finalizzato a promuovere l’agenda omosessualista in tutti i suoi paesi membri.

Il sonoro schiaffo della popolazione britannica alla UE ha messo a nudo emblematicamente lo scollamento esistente tra paese legale e paese reale. Il popolo, solitamente senza voce, sottomesso alle “imprescindibili” direttive comunitarie imposte dalle lobby e dalla burocrazia di Bruxelles, chiamato al voto, ha democraticamente deciso di abbandonare il totalitario e fallimentare progetto europeo. Un voto di cui non possiamo che essere contenti in quanto rappresenta una durissima e senza precedenti picconata sul già fragile impianto europeo fondato sulla negazione della sue stesse radici cristiane e su un’ideologica e distruttiva visione relativista.